2 giugno 2026 – ore 11:30 – Al risveglio, un’accurata valutazione della qualità del sonno: a fine giornata, un report completo dei traguardi raggiunti. Numero di passi, calorie bruciate, durata e carico dell’allenamento, piani di scale saliti. Smartwatch e smart ring registrano (quasi) tutto: frequenza cardiaca, pressione arteriosa, saturazione di ossigeno nel sangue, persino i livelli di stress. E così, attorno al polso o al dito, milioni di persone portano un’istantanea “cartina al tornasole” del proprio stato di salute. Per gli sportivi, smart ring e smartwatch rappresentano un alleato prezioso per ottimizzare gli allenamenti e monitorare i progressi: per chi desidera semplicemente adottare uno stile di vita più sano, possono offrire una maggiore consapevolezza delle proprie abitudini. Ma fino a che punto è opportuno affidare a un anello o a un orologio il giudizio sul nostro benessere?
L’evoluzione tecnologica ha permesso di rendere questi dispositivi sempre più efficienti: smartwatch e smart ring utilizzano una serie di sensori ottici, accelerometri, termometri e algoritmi proprietari per raccogliere e interpretare dati fisiologici. La letteratura scientifica suggerisce che questi strumenti possano effettivamente favorire abitudini più salutari: una meta-analisi pubblicata nel 2020 sul Journal of Medical Internet Research, che ha preso in esame 12 studi randomizzati e oltre 1.600 partecipanti, ha concluso che l’utilizzo di wearable tracker è associato a un aumento dell’attività fisica nel breve periodo. Risultati analoghi emergono da una vasta umbrella review pubblicata nel 2022 su The Lancet Digital Health: condotta su un totale di quasi 164.000 partecipanti, la ricerca ha concluso che i wearable tracker favoriscono un aumento dell’attività fisica, traducendosi mediamente in circa 1.800 passi aggiuntivi al giorno e 40 minuti in più di camminata quotidiana. In altre parole, il principale beneficio di smart watch e smart ring sembra essere comportamentale: ricordano alle persone di essere meno sedentarie, praticare regolarmente attività fisica e prestare maggiore attenzione alle proprie abitudini.
Tuttavia, non sempre smartwatch e smart ring garantiscono l’accuratezza delle misurazioni. La frequenza cardiaca viene generalmente misurata con buona affidabilità, mentre le stime relative alle fasi del sonno, al consumo calorico e ad alcuni indicatori fisiologici risultano spesso meno precise. Lo stesso vale per molte metriche sintetiche oggi molto popolari, come i punteggi di recupero, di prontezza fisica o di stress: questi indicatori non sono misurazioni dirette, ma stime elaborate da algoritmi proprietari che combinano diversi parametri fisiologici (ad esempio frequenza cardiaca, attività fisica e livello di affaticamento). Poiché i criteri di calcolo non vengono completamente divulgati dai produttori, risulta difficile verificarne in modo indipendente l’accuratezza.
Ma la questione più interessante riguarda gli effetti psicologici che l’utilizzo quotidiano e costante di questi dispositivi può comportare. Negli ultimi anni, gli studiosi hanno iniziato a osservare un fenomeno noto come “ortosonnia”, termine coniato nel 2017 da un gruppo di ricercatori della Rush University Medical Center e della Northwestern University. In poche parole, il termine descrive l’ossessione patologica per il monitoraggio e l’ottimizzazione dei dati del sonno tramite dispositivi tecnologici. Chi ne soffre finisce per preoccuparsi più dei punteggi assegnati da un’app che delle proprie sensazioni reali: così può accadere che una persona si svegli riposata e piena di energie, ma cambi percezione dopo aver letto che il proprio dispositivo assegna al sonno un punteggio mediocre. L’effetto è paradossale: più che fotografare la realtà, questi dati contribuiscono a plasmarla. Ne consegue che l’eccessiva attenzione alle metriche possa aumentare ansia e stress, peggiorando proprio il riposo che si cerca di ottimizzare.
L’ortosonnia è soltanto l’esempio particolare di un rischio più ampio: quello di trasformare anche la propria salute in una performance. Se ogni aspetto della giornata viene tradotto in numeri, grafici e punteggi, il benessere può diventare un obiettivo da raggiungere anziché una condizione da vivere. In questa prospettiva, il corpo non viene più ascoltato intuitivamente, ma monitorato e valutato attraverso uno schermo. Alcuni ricercatori precisano che il valore dei wearable tracker non risiede tanto nella precisione clinica delle misurazioni, quanto nella loro capacità di favorire abitudini più sane. Quando però il verdetto del dispositivo diventa l’unico parametro su cui basarsi, sostituendosi persino alle sensazioni del corpo, il beneficio rischia di trasformarsi in dipendenza.
Senza dubbio, smartwatch e smart ring possono essere strumenti utili, poiché aiutano a monitorare alcuni parametri di salute, tenere traccia delle abitudini quotidiane e incentivare una più costante attività fisica. Tuttavia, i dati forniti andrebbero sempre interpretati nel loro contesto e considerati per ciò che sono: indicatori pratici, ma non infallibili. Se un anello segnala una notte di sonno poco soddisfacente, ma al risveglio ci si sente riposati o persino energici, diventa controproducente fare affidamento soltanto sul quadro tracciato dal dispositivo. Ne nasce la consapevolezza che nessun punteggio, per quanto sofisticato, possa racchiudere la complessità del proprio benessere. E che, riducendo la salute a una performance, si rischia di perdere il proprio equilibrio.
Articolo di Benedetta Marchetti


