Vogliamo la pace?

25 maggio 2026 – ore 15:00 – Situazione – Le notizie dallo Stretto di Hormuz, pur oscillando tra dichiarazioni iper-ottimistiche e continue brusche frenate, sembrano far scorgere spiragli di luce che potrebbero tradursi in una soluzione negoziale, anche parziale, tra Iran e Stati Uniti entro una decina di giorni. In tale cornice globale, il conflitto in Ucraina continua, trascinandosi il suo nauseabondo e dolciastro profumo di morte, accompagnato da sterili e infinite polemiche, disinformazione galoppante, alti tassi di ipocrisia, continue incertezze e marcate oscillazioni nelle cancellerie europee. La pressione statunitense sull’isola caraibica cubana, malgrado l’intero dossier sia relegato nel silenzio mediatico, non accenna a diminuire e, verosimilmente, il problema troverà un’“adeguata soluzione” in tempi brevi, nel solco della nota strategia statunitense “Monroe 2.0”, già sperimentata con “successo” in Venezuela e solo momentaneamente accantonata in Groenlandia. Israele osserva, seriamente preoccupata, l’evoluzione delle negoziazioni tra Teheran e Washington, mediate dal Pakistan, consapevole di non essere nelle condizioni ottimali, sia interne sia esterne, per poter recitare un ruolo decisivo, avendo forse piena consapevolezza di non poter più dettare l’agenda delle priorità a Washington.

Nei territori palestinesi, la tragedia della popolazione di Gaza continua ad aggravarsi, mentre gli esiti della recente Conferenza di Fatah, principale partito dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), quest’ultima deputata a gestire l’amministrazione dei territori in Cisgiordania, non hanno evidenziato alcun tipo di evoluzione politico-strategica. Hamas, nel frattempo, sembra essersi limitata a respingere con veemenza un rapporto presentato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dal cosiddetto “Consiglio per la Pace” sull’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, accusandolo di distorcere i fatti e di adottare le condizioni israeliane.

Le monarchie del Golfo guardano con preoccupazione l’evoluzione della situazione generale, organizzano riunioni continue alla ricerca di comprendere come meglio difendere la propria integrità territoriale, con l’obiettivo di proteggere i propri immensi insediamenti energetici e individuare una strategia comune, non escludendo un loro complessivo e diverso riposizionamento strategico globale.

Le crisi africane in Sudan, nel Corno d’Africa e nella R.D. Congo, solo per citarne alcune, non trovano spazio, relegate in trafiletti o inserite nei cosiddetti “conflitti a bassa intensità”, che, in fondo, non interessano amaramente a nessuno.

Sembra di assistere al volo di un immenso sciame di api impazzite, in assenza della propria regina perduta!

Commento
In questi ultimi due giorni abbiamo assistito, sulla stampa ucraina e nella gran parte dei media europei, a lunghi e accorati inviti a “sanzionare” la Russia per l’ennesimo durissimo attacco sferrato da Mosca il 23 maggio u.s. contro l’oblast’ di Kiev, con oltre 700 tra missili balistici, da crociera e droni. Tuttavia, nulla, ma proprio nulla, viene accennato sui medesimi organi di informazione in merito all’attacco ucraino del 22 maggio precedente contro l’edificio accademico e il dormitorio dell’Università Pedagogica Statale di Lugansk, a Starobelsk, area controllata dalle forze russe.

Al momento, la stampa russa parla di oltre 20 morti e di almeno quaranta gravemente feriti tra gli 86 studenti presenti al momento delle esplosioni. Eppure, sarebbe stato sufficiente documentare e citare entrambi i fatti, offrendo al lettore le valutazioni contrapposte.

Non sono dati sensibili e neppure riservati!

In-formare, come diceva un illustre africanista, significa dare forma; quindi, fare informazione significa dare forma alle notizie… non significa ignorare deliberatamente le notizie scomode!

Non siamo così ingenui; per carità, comprendiamo perfettamente la logica, ma si tratta di una deriva oramai nauseabonda!

In tale quadro d’insieme, prendendo come focus il conflitto ucraino, questo tipo di informazione contrasta apertamente con altre narrazioni politiche, nelle quali diversi leader europei parlano apertamente e contemporaneamente della necessità di aprire un dialogo con la Russia.

Inoltre, gli stessi organi di informazione, parlando delle conseguenze economico-finanziarie derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, dichiarano apertamente l’opportunità di rivedere — forse sarebbe stato meglio usare il verbo “aggirare” — le sanzioni petrolifere russe.

In particolare, il 19 maggio scorso, il Regno Unito ha rilasciato una licenza temporanea che consente l’importazione di gasolio e carburante per aerei derivati dal petrolio russo, a condizione che “i prodotti siano stati lavorati in un paese terzo”.

Infine, il 24 maggio u.s., pochi organi di informazione hanno riferito che Regno Unito, Francia, Italia e Spagna avrebbero recentemente “bloccato” un piano proposto dal Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, in base al quale, secondo il Telegraph, ciascun membro avrebbe contribuito con lo 0,25% del proprio PIL a ulteriori aiuti militari all’Ucraina.

Confusione, ipocrisia e totale scollamento dalla realtà!

Mentre scrivo, arrivano dalla Germania dati politici ed economici allarmanti: il suo sistema politico appare paralizzato dalla crisi e dall’inarrestabile ascesa dell’AfD, Alternative für Deutschland.

Il modello tedesco sembra entrato, secondo diversi analisti europei, in una fase di “demolizione strutturale”.

Ciò che maggiormente preoccupa gli analisti tedeschi sembra essere rappresentato non solo dall’ascesa di AfD, in testa nei sondaggi nazionali, superando sia i socialdemocratici sia i cristiano-democratici, ma soprattutto dalla percezione diffusa nella popolazione, che non sembra più credere nei partiti tradizionali, uniti in una grande coalizione, ritenendo questa soluzione non certo stabilizzante, ma piuttosto emblematica di un percorso politico definitivamente esaurito.

Credo che una Germania in crisi di rappresentanza politica, di spinta propulsiva e in preda a una diffusa sfiducia dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per l’intera Europa e un’assoluta priorità strategica da affrontare!

Infine, l’odio antiebraico dilaga ovunque, divenendo anche virale attraverso trailer animati in stile Disney-Pixar ambientati nei campi di concentramento, videogiochi fittizi con protagonista Adolf Hitler e meme che trasformano la Shoah in “dark humor”.

Secondo un recente rapporto pubblicato da CyberWell, ente non-profit israeliano specializzato nel monitoraggio dell’odio antiebraico sui social media, sono stati individuati 307 contenuti generati con AI tra gennaio 2025 e febbraio 2026, accumulando oltre 30 milioni di visualizzazioni e 2,8 milioni di interazioni.

Fermiamoci!
Riflettiamo!

Criticare, anche aspramente, ed esprimere posizioni diverse non solo è legittimo, ma è anche doveroso e necessario.

Trasformare l’informazione in propaganda e le critiche in odio mi fa inorridire.

Il voler abilmente manipolare l’opinione pubblica, incanalandola nei sentieri della guerra giusta, del riarmo sfrenato e dell’odio verso una parte, ostracizzando culture e popoli, non è simbolo di civiltà: è simbolo di barbarie.

Non siamo stati educati a tutto questo!

Ricordiamoci non solo che l’odio contiene unicamente una spinta a involvere, rendendoci immobili, ma anche che l’odio, unito alla paralizzante paura e nutrendosi dello stesso cibo, determina il caos e deforma totalmente la ragione.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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