15 maggio 2026 – ore 11:00 – Scrivere sceneggiature non è da tutti. Anzi, forse sì, dato che molte oggi sembrano scritte coi piedi. Ma è davvero colpa di sceneggiatori incompetenti o sono regole di mercato? Ebbene, vista la grandissima quantità di prodotti streaming che escono ogni giorno su piattaforme diverse – che raccolgono dati e abitudini di visione dei consumatori – è inevitabile che siano andate a definirsi nuove “regole di scrittura”, per creare film o serie capaci di stare al passo con i gusti degli spettatori e la loro soglia d’attenzione, sempre più in declino.
Quanti a casa, stesi sul divano, mettono una serie su Netflix e la lasciano correre, mentre scrollano sul cellulare? Se posassero il telefono e si mettessero a seguire davvero la puntata noterebbero 1) che è piena di accadimenti e colpi di scena; 2) che i personaggi non fanno altro che ripetersi. Si raccontano tra di loro, svelano le loro intenzioni, riepilogano ciò che hanno vissuto nella puntata precedente. Tutto ciò che il cinema ha sempre relegato alle immagini – la meraviglia di saper raccontare senza parole – viene oggi cancellato in quei prodotti streaming pensati non per chi vuole un contenuto leggero, ma per chi cerca solo un rumore di sottofondo, mentre è distratto. Ecco perché oggi molte narrazioni sono estremamente didascaliche. Nel panorama odierno a chi scrive per lo streaming viene chiesto di ripetere la trama nei dialoghi, di tornare più volte sugli snodi fondamentali, di rendere esplicito ciò che un tempo sarebbe stato affidato alla regia, al montaggio, alla memoria dello spettatore; e il motivo è brutale nella sua semplicità: chi guarda spesso non sta davvero guardando e vuole essere attirato nella narrazione dal primo istante. Se non è così, preme “indietro” e cerca un’altra serie che soddisfi questi requisiti. La gente non vuole prendersi l’impegno di rilassarsi.
Netflix (o Prime Video, Disney+ o altre) non ha colpa, se non quella rincorrere le logiche di mercato per restare competitiva: tranne qualche raro caso, la piattaforma non produce film d’autore, è solo canale distributivo prediletto dell’industria audiovisiva. Chiaramente, non tutto ciò che viene prodotto per lo streaming è un contenuto mediocre; la libreria Netflix Originals è vasta e racchiude anche opere ambiziose, tanto che spesso sul web si leggono commenti che indicano la curiosa capacità della piattaforma di creare dei top o dei flop, senza via di mezzo. È un peccato però che il suo catalogo (come quello di altre piattaforme SVOD) sia popolato anche storie che non hanno scopo se non quello di occupare ogni vuoto di casa nostra: mentre cuciniamo, stiriamo, usiamo il telefono – e veniamo distratti di continuo. Tradotto in termini concreti significa che: tante narrazioni scadenti tolgono soldi alla produzione di storie che potrebbero essere molto più valevoli (e non vuol dire difficili da seguire), ma noi consumatori siamo troppo pigri ormai per guardare una puntata di un’ora senza dare nemmeno una sbirciatina alla notifica che ci è appena arrivata.
Pare incredibile, ma il telefono è diventato un co-autore, capace di condizionare le battute dei film, accorcia il respiro del montaggio; conferma il tipo di spettatore che i creatori delle opere immaginano. Non è un caso, infatti, che Netflix si stia avvicinando sempre più al linguaggio dei social: il nuovo feed verticale “Clips”, in rollout nell’app mobile, permette di scorrere brevi estratti di film e serie in un formato vicino a TikTok e Instagram Reels. Nonostante questa funzionalità dovrebbe facilitare la scoperta di nuovi contenuti da guardare, manifesta chiaramente che la competizione si è ormai allargata al di là del cinema e della serialità: YouTube, TikTok, Instagram e i podcast sono i nuovi concorrenti da battere.
Le nostre abitudini influenzano l’industria audiovisiva che riconferma le nostre abitudini per conquistarci in ogni spazio libero della nostra giornata, avere i nostri dati per creare nuovi prodotti di gradimento garantito al 99.9% e fatturare fatturare fatturare. Sono stata troppo didascalica anch’io?
Articolo di Agata Cragnolin


