29 maggio 2026 – ore 06:30 – A sentire la politica locale, Trieste dovrebbe essere la Silicon Valley dell’Adriatico. Non esiste convegno sull’innovazione che non celebri Area Science Park. Non esiste documento strategico che non invochi start-up, intelligenza artificiale, trasferimento tecnologico, giovani talenti, ricerca e internazionalizzazione. Non esiste amministratore pubblico che non descriva la città come uno dei grandi poli della conoscenza del Paese. Trieste, almeno nei discorsi ufficiali, sembra destinata a diventare il laboratorio del futuro. Poi arrivano i numeri. E i numeri, come spesso accade, hanno il pessimo gusto di interrompere le favole. L’età media della popolazione supera i 49 anni. Gli over 65 sfiorano il 29% dei residenti. I minori restano poco sopra l’11%. In provincia i pensionati sono ormai quasi tanti quanto gli occupati. È uno di quei dati che normalmente finiscono sepolti in una tabella statistica e che invece dovrebbero essere scolpiti all’ingresso del Municipio. Perché raccontano una verità molto semplice. Trieste non governa per i pensionati perché è una città anziana. È una città anziana perché da troppo tempo governa per i pensionati. Naturalmente non c’è nulla di sbagliato nell’essere una città anziana. Sarebbe una sciocchezza sostenerlo. Il problema nasce quando una città anziana continua a raccontarsi come una capitale del futuro mentre organizza il proprio dibattito pubblico attorno alle paure del presente.
Perché le città giovani discutono di crescita. Le città anziane discutono di equilibrio. Le città giovani accettano il rischio. Le città anziane privilegiano la protezione. Le città giovani si chiedono cosa possono diventare. Le città anziane si preoccupano soprattutto di conservare ciò che sono. E basta osservare il dibattito triestino degli ultimi anni per capire quale delle due mentalità stia prevalendo. Ogni investimento divide. Ogni infrastruttura genera diffidenza. Ogni trasformazione urbana scatena resistenze. Ogni progetto viene analizzato prima per i problemi che potrebbe creare e solo dopo per le opportunità che potrebbe produrre. Il traffico. Il rumore. I parcheggi. La viabilità. Il panorama. Questioni legittime, naturalmente. Ma è difficile costruire una città attrattiva per un trentenne quando gran parte dell’energia pubblica viene assorbita dalla difesa dello status quo. Trieste continua a parlare di innovazione con l’entusiasmo di San Francisco e a reagire al cambiamento con la serenità di una riunione condominiale.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’Università continua ad attrarre studenti da tutta Italia. I tassi occupazionali dei laureati restano superiori alla media nazionale. Il sistema della ricerca concentra migliaia di ricercatori in pochi chilometri quadrati. Area Science Park rappresenta uno dei principali poli scientifici del Paese. Poche città italiane possiedono una simile densità di conoscenza. Eppure il problema non è portarli qui. Il problema è convincerli a restare. Ogni anno migliaia di studenti arrivano a Trieste per frequentare l’università. Molti scoprono una città elegante, sicura, colta. Poi, qualche anno dopo, la osservano dal finestrino di un Frecciarossa diretto a Milano. E la cosa più sorprendente è che la città sembra essersi abituata. La fuga dei giovani viene raccontata come un fenomeno economico. In realtà è diventata soprattutto un fenomeno culturale. Trieste non la combatte più. La amministra. Da almeno vent’anni la politica triestina promette di trattenere i giovani con la stessa convinzione con cui promette di rilanciare Porto Vecchio. Nel frattempo Porto Vecchio continua a essere soprattutto una promessa e molti giovani continuano a guardare altrove.
Perché il punto non è quanti ragazzi arrivano. Il punto è quanti immaginano qui il proprio futuro. E la risposta, evidentemente, continua a essere insufficiente. La verità è che Trieste parla continuamente di giovani perché sa perfettamente che stanno diventando sempre meno. È il meccanismo psicologico di chi nomina spesso qualcosa che teme di perdere. Li celebra. Li studia. Li invita ai tavoli istituzionali. Li trasforma in una categoria simbolica. Poi però basta guardare dove si concentra il peso elettorale per capire come funziona davvero la città. In un territorio dove quasi un abitante su tre ha più di 65 anni, la politica ha imparato una lezione molto semplice: parlare ai giovani porta prestigio. Parlare agli anziani porta voti. Ed è qui che la questione smette di essere anagrafica e diventa culturale. Perché il problema non è che i giovani partano. Succede ovunque. Il problema è che la città ha smesso di considerarlo un fallimento. Una comunità che si abitua a perdere le proprie energie migliori finisce per normalizzare il declino. E il declino, quasi mai, arriva all’improvviso. Arriva quando una città smette di scandalizzarsi. Quando considera inevitabile ciò che dovrebbe combattere. Quando scambia la rassegnazione per realismo. Trieste continua a proclamare che i giovani sono la sua risorsa più importante. Poi organizza la città come se il loro posto fosse altrove.
L’editoriale è di Francesco Viviani


