L’Europa disarmata davanti al proprio tramonto

11 maggio 2026 – ore 13:30 – Mentre la crisi tra USA e Iran non sembra trovare una soluzione, incatenata com’è a uno stallo politico-diplomatico, al momento insormontabile, le celebrazioni del “Giorno della Vittoria” sulla Piazza Rossa di Mosca si sono svolte in tono decisamente e volutamente minore, in un clima di tensione per un possibile atto terroristico, rendendo molto felice il guitto narcisista di Kiev. Tuttavia, gli occhi del mondo sono ora puntati sul prossimo vertice Cina-USA, il cui esito potrebbe determinare l’avvio di un processo volto alla ricerca di concrete soluzioni sia in Medio Oriente sia in Ucraina. Oggi parleremo della nostra Europa, con particolare riferimento a Gran Bretagna e Germania. I risultati elettorali britannici non hanno trovato ampi spazi mediatici, sebbene abbiano ulteriormente confermato una crisi strutturale del continente europeo, certamente non minimizzabile. In particolare, nelle elezioni amministrative parziali svoltesi in diverse aree della Gran Bretagna, si è registrata la severa sconfitta dei laburisti del primo ministro Starmer, un calo del consenso dei conservatori e il successo, secondo alcuni analisti britannici inaspettato nelle proporzioni, della cosiddetta destra sovranista di Reform UK, guidata da Nigel Farage. In Galles e Scozia, i partiti indipendentisti-nazionalisti conquistano il maggiore consenso, contribuendo a determinare una crisi politica nell’intero Regno Unito non sottovalutabile.

Per comprendere meglio la situazione, basti pensare che il Partito laburista in Inghilterra ha perso oltre 500 seggi e che, in Galles, il Labour ha perso anche il controllo del governo autonomo gallese, dopo circa trent’anni di dominio assoluto.

Starmer, al momento, non si dimette, ma anche all’interno del Partito laburista si comincia a pensare a un ricambio.

In Germania, Peter Altmaier, uno degli uomini più potenti dell’ex cancelliera Angela Merkel, continua da tempo ad affermare che la Germania potrebbe dover affrontare una crisi di Stato se il governo non riuscirà ad attuare le riforme promesse prima della pausa estiva, denunciando così una mancanza di coesione all’interno della coalizione di governo formata da CDU/CSU e Partito socialdemocratico.

Mentre a Berlino si discute aspramente, gli analisti politici tedeschi affermano che l’estrema destra di AfD (Alternativa per la Germania) si prepara a trionfare nelle elezioni di settembre in Sassonia-Anhalt, dove potrebbe conquistare, per la prima volta, la maggioranza assoluta.

Recentemente Sabine Kinkartz, giornalista e analista politica tedesca, ha dichiarato che mai prima d’ora un governo tedesco era stato così impopolare, dopo un solo anno di mandato, come quello del cancelliere Friedrich Merz e che il partito di estrema destra AfD sta concretamente sfruttando questa situazione a proprio vantaggio.

In particolare, la Kinkartz ha dichiarato che, dopo un anno di mandato, il cancelliere è stato costretto ad ammettere che: “Un Paese come la Germania non può essere indirizzato verso una nuova fase in pochi mesi. La sua coalizione di centro è incline ai conflitti e l’ardua ricerca di compromessi l’ha rallentata più del previsto”. L’economia non riesce a decollare, afferma la giornalista, e in tutto il Paese la delusione per l’operato del governo è palpabile.

Ovviamente Alice Weidel, leader di AfD, ne sta approfittando e il 7 maggio scorso ha affermato testualmente:

“La drastica riduzione delle previsioni di crescita documenta il progressivo disaccoppiamento strutturale della Germania dalle dinamiche economiche internazionali. Ciò che emerge è una profonda erosione delle nostre performance economiche, innescata dalla politica di localizzazione completamente errata della coalizione CDU/CSU-SPD. Friedrich Merz è salito al potere con l’obiettivo di avviare una svolta nella politica economica. In realtà, ha ridotto il suo governo a una continuazione della linea ideologica di sinistra espansiva dell’SPD. Questo abbandono strategico sta portando a una pericolosa combinazione di crescente dipendenza dallo Stato, debito in aumento e scarsa propensione agli investimenti. Le reali conseguenze economiche di questa direzione sbagliata sono già chiaramente visibili: un ulteriore aumento dei fallimenti, un calo degli investimenti e un settore del commercio estero strutturalmente indebolito. Invece di adottare finalmente delle contromisure, il cancelliere continua a chiedere ripetutamente pazienza a imprese e cittadini. La promessa ripresa economica non si è concretizzata, e questo da oltre un anno. Questa discrepanza tra ambizione politica e realtà economica ha portato a una grave crisi di fiducia. Merz ha così dimostrato di non possedere né le necessarie capacità di leadership né la volontà politica per affrontare le sfide che il nostro Paese si trova davanti. La Germania ha bisogno di un cambio di rotta fondamentale. L’AfD chiede un sollievo immediato per le imprese e i cittadini attraverso una riduzione globale di tasse e imposte, l’eliminazione completa dei fattori che incidono sui costi delle politiche climatiche e il ripristino di un approvvigionamento energetico sicuro e competitivo a livello internazionale. Inoltre, sono necessarie riforme strutturali di vasta portata per deregolamentare e rafforzare i meccanismi di mercato. Tuttavia, un simile cambio di paradigma non può essere realizzato con questa coalizione: un vero e proprio nuovo inizio in politica economica sarà possibile solo con l’AfD al governo”.

Questi ennesimi risultati elettorali e le crisi politiche che si susseguono in Europa dovrebbero farci riflettere; dovrebbero spingerci a pensare che, forse, le priorità delle popolazioni europee siano diverse da quelle che ci vengono quotidianamente impartite da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e da Kaja Kallas, vicepresidente della Commissione europea e Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

In questo clima, dobbiamo amaramente ammettere che in Europa stiamo assistendo, da oltre un decennio, a una crisi strutturale e non soltanto economico-finanziaria, che appare irrefrenabile. Malgrado segnali chiari come il crollo demografico, la perdurante stagnazione economica e la caduta della partecipazione politica, tutto sembra inesorabilmente immobilizzato.

Questi indicatori oggettivi sono ulteriormente aggravati dalla perdurante crisi in Ucraina e nell’intero Medio Oriente.

Passivamente stiamo anche osservando una palese e drammatica irrilevanza geopolitica europea sui tavoli internazionali, incapace, cioè, di rappresentare gli interessi specificamente ed esclusivamente europei.

Gli USA, inoltre, malgrado gli atteggiamenti ondivaghi e oggettivamente narcisisti di un presidente come Trump, ci stanno dicendo che, non considerando la Russia una reale e imminente minaccia, bensì un competitor con il quale è necessario e opportuno discutere, diminuiranno sensibilmente la loro presenza militare in Europa, “invitandoci da anni a pensare autonomamente alla nostra sicurezza”.

La favola dell’aggressore e dell’aggredito, ormai, non sembra trovare molto seguito. Beninteso, nessuno si astiene dal condannare senza esitazione l’invasione russa; tuttavia, quando si enuncia una storia, come mi raccontava un saggio africano, ricordiamoci sempre che “anche il leone ha il diritto di raccontare la sua versione, non solo il cacciatore”, e sul dossier Ucraina vorrei invitare i lettori a rivedere tutti i fascicoli ancora precedenti al 2014.

Non stiamo parlando delle popolazioni ucraine e russe, che stanno piangendo milioni di giovani morti, ma di tutti coloro che, anche al di fuori del contesto russo-ucraino, hanno progettato e favorito, direttamente o indirettamente, l’esplosione di un conflitto in Europa, di una guerra civile nello spazio ex sovietico, come da tempo illustri studiosi, anche italiani, quali Massimo Cacciari, Salvatore Minolfi e Giulietto Chiesa, hanno invano denunciato, divenendo sgraditi o meritevoli di censura.

Noi europei reagiamo in maniera scomposta, promuovendo da una parte programmi faraonici di riarmo e sferzando verbalmente gli USA e, contemporaneamente, implorando Washington di rivedere i propri programmi, assumendo comportamenti e persino il classico body language dei clientes dell’Impero romano.

Sembra che siamo capaci unicamente di restare fuori dalla negoziazione per una pace possibile in Ucraina, imponendo sanzioni autolesioniste contro la Russia ed evitando abilmente di definire un corridoio diplomatico con Mosca, pur continuando a fornire armamenti e miliardi di prestiti a Kiev, sapendo perfettamente che non saranno mai restituiti.

A conferma di questa miope visione, da poche ore è giunta nelle redazioni dei media la notizia secondo cui Berlino ha già rifiutato categoricamente la proposta avanzata dalla Russia di utilizzare l’ex cancelliere Gerhard Schröder come canale di dialogo con Vladimir Putin.

Ricordiamo che Vladimir Putin, nel giorno delle già menzionate celebrazioni appena trascorse, non solo aveva affermato che la guerra in Ucraina sarebbe potuta finire presto, ma aveva anche proposto un incontro con Volodymyr Zelensky, a Mosca o in un Paese terzo, indicando con nome e cognome un negoziatore ideale: Gerhard Schröder.

Sappiamo tutti che Schröder sedeva nel consiglio di amministrazione del colosso energetico russo Gazprom, ma erano tempi in cui operare con un’azienda russa non era certamente considerato un reato di lesa maestà.

Infine, mi chiedo e vi chiedo: se davvero l’Europa vuole una pace possibile in Ucraina, perché rifiutare a priori una figura come Schröder, che conosce perfettamente il pensiero russo e che, contemporaneamente, potrebbe autorevolmente rappresentare gli interessi esclusivamente europei?

In merito, e concludo, mi trovo assolutamente d’accordo con quanto affermato recentemente dal giornalista Roberto Vivaldelli, che ha dichiarato testualmente:

“Eppure, l’Unione Europea ha reagito come se nulla fosse. Nessuna valutazione, nessuna presa in considerazione. Solo il riflesso condizionato del ‘non ci fidiamo della Russia, è propaganda’. La verità, però, è che l’Unione Europea ha ormai abbandonato ogni velleità diplomatica. La retorica bellicista non è solo uno scudo emotivo di fronte all’aggressione russa: è diventata la giustificazione ideale per un programma di riarmo senza precedenti. E un nemico serve. Se non ci fosse la Russia, bisognerebbe inventarla. Perché spendere ingenti capitali per difesa, autonomia strategica e deterrenza non produce lo stesso effetto senza un mostro da additare”.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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