No xe storie | Tempi bui possono tornare

5 maggio 2026 – ore 06:30 – Il giornalismo, quando non vuole tradire se stesso, non parte dalle interpretazioni. Parte dai fatti. E i fatti, a Trieste, negli ultimi quaranta giorni, sono questi. Il primo episodio è del 27 marzo 2026, al liceo Petrarca. Prima della Notte dei Classici, in un’aula si sviluppa un incendio: bruciano un banco e un computer. L’istituto viene evacuato, intervengono i Vigili del fuoco. Le cause non vengono chiarite nell’immediato e le verifiche vengono affidate alla Digos, che apre accertamenti sulla dinamica del rogo. Poi si passa al 30 aprile 2026, via Ghirlandaio. Nell’area di una vertenza sindacale legata alla Startech compaiono manifesti di protesta. Accanto, vengono rinvenuti volantini con riferimenti alle Brigate Rosse. Le telecamere di videosorveglianza riprendono una persona mentre li distribuisce in strada. La Digos acquisisce le immagini e avvia attività di identificazione del soggetto. Non un nome, non una responsabilità definita, ma un sospetto investigativo in corso. E qui la domanda si apre da sola: che cosa significa far riemergere un linguaggio di eversione armata dentro una vertenza industriale contemporanea? È provocazione, è ignoranza storica, o è il segnale di un lessico che non ha più paura del proprio passato?

Poi arriva il 2 maggio 2026. All’esterno dello stabilimento Startech si sviluppano incendi in aree distinte, con più focolai. Le prime verifiche parlano di origine dolosa. Le indagini acquisiscono elementi oggettivi, tra cui immagini di videosorveglianza e la targa di un veicolo attenzionato dagli investigatori. Non un colpevole, ma una direzione investigativa in corso. Il giorno dopo, il 3 maggio 2026 nel pomeriggio, il fuoco si sposta in via Bonomea, nell’area delle infrastrutture di trasmissione della Rai. Qui il punto non è tecnico, ma politico nel senso più ampio del termine: si tratta di infrastrutture pubbliche di comunicazione, cioè del sistema che garantisce trasmissione del segnale radio e televisivo, quindi informazione, emergenza, continuità del servizio pubblico. Le fiamme si sviluppano su più punti distinti e interessano un’ampia area di sterpaglie. I Vigili del fuoco intervengono per contenere il rogo. Le cause restano da accertare, ma l’ipotesi del dolo non viene esclusa.

Infine, tra la sera del 3 maggio e la notte del 4 maggio 2026, avviene l’episodio più diretto sul piano simbolico: l’irruzione nella sede del quotidiano Il Piccolo. Porta forzata, danneggiamenti interni, estintore svuotato, insegna divelta. Un’azione che viene qualificata come atto intimidatorio, con intervento della Polizia scientifica e della Digos. Tre episodi in meno di quarantotto ore. Industria, infrastrutture pubbliche di comunicazione, informazione. E allora la domanda non è più se esista un filo unico. Sarebbe troppo comodo, e anche un po’ infantile, cercarlo subito. La domanda è un’altra: che cosa rende oggi così ravvicinati questi gesti nello stesso spazio urbano, senza che nessuno rivendichi nulla, e senza che nessuno si senta obbligato a spiegare davvero il clima che li rende possibili? Non esiste, allo stato, una regia. Non esiste una struttura. Non esiste una sigla. E chi le evoca per semplificare il quadro, spesso sta già rinunciando a capirlo.

Trieste resta una città di confine. E i confini hanno questa caratteristica: non separano soltanto, rivelano. Fanno emergere tensioni che altrove restano latenti. Qui, invece, si vedono. Eppure il punto non è geografico. È culturale. Perché il problema non è la singola aula che brucia, o il singolo impianto che si spegne, o la singola redazione che viene colpita. Il problema è la loro vicinanza nel tempo. La loro ripetizione. Il modo in cui, messi uno accanto all’altro, smettono di essere episodi e diventano sintomi. E qui il discorso scivola inevitabilmente sul terreno più scomodo: quello della libertà di stampa. Il fatto che il 3 maggio si celebri la Giornata mondiale della libertà di stampa e che proprio a ridosso di quella data si collochino questi episodi non è un dettaglio di calendario, ma un richiamo che pesa più di quanto le ricorrenze, da sole, sappiano dire. Perché un giornale non si difende con i comunicati di solidarietà. La solidarietà arriva dopo, come sempre. E spesso serve più a chi la pronuncia che a chi la riceve. Non bastano i gesti istituzionali, non basta la condanna rituale, non basta la formula “massima vicinanza”. Se la libertà di stampa diventa una parola da usare a evento avvenuto, allora è già stata indebolita prima.

Il giornalismo, in fondo, è una professione semplice da raccontare e difficile da praticare: osservare ciò che accade e accettare che non tutto ciò che accade abbia subito un significato rassicurante. E infatti qui non c’è una conclusione. C’è qualcosa di più fastidioso: una soglia. Perché non serve una strategia per produrre un clima. Non serve un’organizzazione per generare una percezione di instabilità. A volte basta che episodi diversi inizino a somigliarsi nel modo in cui vengono percepiti. E quando questo accade, la vera domanda non è chi abbia fatto cosa. È quanto una società sia ancora capace di distinguere tra conflitto e intimidazione senza abituarsi a confonderli. È se ci si trovi davanti a una somma disordinata di episodi o a una forma, ancora opaca ma riconoscibile, di pressione diffusa: una strategia di intimidazione che non ha bisogno di rivendicarsi per produrre effetto, perché vive proprio nella sua ambiguità, nella difficoltà di essere nominata.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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