Prediabete, il termine che non convince gli esperti: rilanciata una proposta per ridefinire la malattia

16 aprile 2026 – ore 08:30 – La scelta delle parole con cui descriviamo la realtà ha un impatto significativo sulla nostra percezione della stessa. È anche per questo motivo che gli esperti della diabetologia mondiale ribadiscono la necessità di abbandonare il termine “prediabete” in favore di una classificazione in stadi del diabete di tipo 2. La proposta, rilanciata di recente in un dibattito su “The Lancet Diabetes & Endocrinology”, si basa su un presupposto relativamente intuitivo: la condizione di prediabete viene frequentemente sottovalutata, poiché il prefisso “pre” sembra implicare che non vi sia ancora una situazione clinica grave. In altre parole, il prediabete tende a non essere percepito dal paziente come una malattia in sé, bensì come un potenziale preludio alla patologia conclamata. Inoltre, come sottolinea la Società Italiana di Diabetologia, vi è attualmente un vuoto di linee guida regolatorie per l’approvazione dei farmaci ai pazienti con prediabete. Di conseguenza, modificare la classificazione del diabete di tipo 2 potrebbe portare ad un’indispensabile presa di consapevolezza sull’impatto reale del prediabete, favorendo al tempo stesso l’introduzione di percorsi di cura più tempestivi ed efficaci.

Ma cosa s’intende per “prediabete”? Il termine, introdotto nel 2011 dall’American Diabetes Association, si riferisce a una condizione metabolica in cui i livelli di glucosio nel sangue risultano lievemente superiori alla norma (iperglicemia), ma non ancora sufficientemente elevati da determinare un diabete conclamato: al tempo stesso, in questa fase si registrano livelli superiori di insulina nel sangue, conseguenza di una precoce insulino-resistenza. Questo fragile equilibrio tra normalità glicemica e diabete, spesso asintomatico, richiede un immediato intervento correttivo sullo stile di vita, capace di ritardare o persino prevenire l’insorgenza della patologia. Tuttavia, le evidenze mostrano che il prediabete si associa già di per sé ad un aumento significativo del rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale cronica, demenza precoce e alcuni tipi di tumori. In questo senso, la scarsa accuratezza del termine può indurre il paziente a sottovalutare il rischio e, di conseguenza, ritardare il trattamento.

La nuova classificazione descrive invece il diabete di tipo 2 come un processo continuo, legato al progressivo declino della funzione delle cellule beta pancreatiche (produttrici di insulina) e all’aumento della resistenza insulinica. La progressione si articola in tre stadi: il primo stadio riguarda i soggetti con glicemia ancora nella norma, ma che presentano un rischio aumentato di sviluppare disglicemia. Il secondo stadio comprende invece i soggetti con alterazioni glicemiche, che attualmente rientrano nella definizione di prediabete: questa fase si divide a sua volta in progressione lenta (stadio 2a) e rapida (stadio 2b). Infine, il terzo stadio include i soggetti con diabete conclamato. Questa proposta di classificazione riconosce quindi le prime fasi della malattia come parte integrante della stessa, favorendo diagnosi più precoci, maggior accesso alle terapie nelle fasi iniziali, nonché interventi più tempestivi e calibrati in base al livello di rischio effettivo. “La proposta di superare il termine ‘prediabete’ è un cambiamento culturale, prima ancora che clinico, e consiste nel riconoscere che il diabete tipo 2 inizia molto prima della diagnosi tradizionale”, spiega la presidente della Società italiana di diabetologia (Sid), Raffaella Buzzetti. Un documento di consenso internazionale riguardante la nuova classificazione è atteso nei prossimi mesi: nel frattempo, la Sid ha annunciato che contribuirà attivamente al dibattito, per valutare l’applicabilità del nuovo modello nel contesto italiano e il suo possibile impatto sulla popolazione.

Articolo di Benedetta Marchetti

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