26 aprile 2026 – ore 07:00 – 26 aprile 1986: quarant’anni fa esatti la centrale nucleare di Chernobyl/ Černóbyl’ situata nel comune di Prypat, odierna Ucraina, subì un’esplosione del reattore n. 4 connesso a un test delle sue capacità verificatosi il 25 aprile ed ad una lunga serie di errori tecnici, dei quali uno dei maggiori responsabili fu l’ingegnere Anatolij Djatlov. L’Unione Sovietica cercò di tenere una ferrea cortina su ogni genere di notizia connessa all’incidente, ma presto la news del disastro nucleare filtrò anche in Europa nelle settimane successive. Mancavano, dalla prospettiva occidentale, filmati e fotografie su Chernobyl; e le reti televisive americane erano disposte a pagare ogni prezzo pur di avere un video, un’immagine della centrale. In questo contesto, alla sede romana della Abc e Nbc, giunse la telefonata di una persona che dichiarava di avere clip del reattore esploso che metteva a disposizione previo lauto pagamento. I giornalisti, considerando l’enorme pressione dei dirigenti per avere foto e video dell’incidente, accontentarono subito il dubbio figuro e il 12 maggio 1986 si diffusero le prime immagini del reattore. I video rilasciati mostrava un bacino acquoso, profili di cemento brutalisti, grigi, tetri e persino una ciminiera con del fumo. Dapprima le immagini vennero diffuse a livello internazionale, poi la stessa Rai se ne appropriò. Salvo scoprire che non erano reali.
Proprio la sede regionale del Friuli Venezia Giulia avvisò infatti che no, quelle non erano foto di Chernobyl, ma di un luogo ben più vicino, per quanto altrettanto brutto: le immagini e le riprese spacciavano infatti il nascente ospedale di Cattinara come Chernobyl, includendo alcune aree industriali triestine, nello specifico il cementificio. I giornalisti televisivi, Rai compresa, erano stati pertanto vittima di una gigantesca fake news, il brutalismo triestino era riuscito ad essere a tal punto ostile, a tal punto postapocalittico da essere scambiato con una centrale nucleare sovietica esplosa.
La ricostruzione della contorta vicenda, chi aveva truffato chi?, evidenziò come ‘colpevole’ un francese, di nome, Thomas Garenq; questi sembrerebbe che avesse passato i video le immagini all’agenzia italiana Albatross, la quale aveva venduto i filmati. Costo? 11mila dollari a clip, per un totale di 100mila bigliettoni. A sua volta l’Albatross si è discolpata della vendita, affermando di non aver avuto nessun ruolo nella vicenda. Chiunque fosse stato il colpevole, rimane tutt’oggi il paradosso: un ospedale scambiato per una centrale nucleare esplosa. Non il miglior imprimatur per l’architettura contemporanea triestina.
Articolo di Zeno Saracino


