Coriandoli, un’invenzione milanese. L'(in)attendibilità del triestino Ettore Fenderl

17.02.2026 – 07.00 – Il nome inglese per coriandoli, ovvero ‘confetti‘ (un false friend per definizione), fornisce l’indizio sulle primordiali origini dei pezzetti di carta colorata: ai tempi degli antichi greci infatti si scagliavano in aria piccoli oggetti in occasioni di grande celebrazione, qual era il caso della vittoria degli atleti, degli eroi di guerra, dei cortei funebri e durante i banchetti nuziali. E a proposito di matrimonio: con un salto di diverse migliaia di anni, il termine confetto compare per i semi di coriandolo ricoperti di zucchero nel ‘Trattato della cultura degli orti e giardini’ dove l’agronomo Giovanvittorio Soderini descrive la preparazione di questi confetti che, ricorda, si lanciano anche durante le feste di Carnevale. I confetti, nei secoli, furono sostituiti da gessetti ricoperti di carta e come tali erano piuttosto duri e riceverli a manciate, specie sul volto, poteva far male, se non proprio causare ferite. Le maschere del carnevale di Venezia avevano una struttura spesso rigida proprio onde proteggere il viso da oggetti impropri lanciati in aria da chi festeggiava. E le cronache riportano come a Milano, fino alla metà dell’Ottocento, i cittadini in festa lanciassero dalle terrazze e le finestre confetti, gessetti, monete arroventate, arance e persino sassi e uova marce.

In questo contesto si colloca l’azione del cavaliere e ingegnere Enrico Mangili che, proprio nella capitale lombarda, gestiva una stamperia di tessuti all’interno di Villa Lecchi. La filanda, azionata con la forza del naviglio Mattesana, produceva come oggetti di scarto migliaia di minuscoli pezzetti di carta. Si trattava infatti di macchine perforatrici, le quali agivano su fogli traforati, in precedenza usati quali ‘letto’ per i bachi di seta. La forma era quella di dischetti di pochi centimetri, la quantità abnorme; alcuni, trattandosi di lavorazione di tessuti rivolti poi alla vendita, erano anche colorati. Mangili, in ciò uomo vittoriano e come tale di grande spirito pratico, pensò di distribuirli gratis ai bambini del quartiere. Questi iniziarono a gettarseli l’uno contro l’altro e, nei Carnevali del 1875 e ’76, la ‘trovata’ sembrò avere grande successo. Il sito Giannella Chanel riporta come un giornalista, in quegli anni, osservasse come Mangilli fosse “Industriale attivo, ma artista nell’anima. È l’uomo delle trovate“. Nell’ultimo quarto dell’ottocento i coriandoli avevano ormai sostituito i confetti ed erano acquistabili in appositi cartocci dai venditori ambulanti.

E Trieste? Se quest’invenzione di Mangilli è attestata dalle cronache dei giornali dell’epoca (per quanto sia difficile rinvenire una data o un anno preciso, pur rimanendo negli anni Settanta dell’ottocento), il caso di Ettore Fenderl è molto più problematico.
Prodigioso inventore, come lui stesso si definiva, il giovane Fenderl collaborò alla costruzione della metropolitana di Vienna, inventò la produzione di acetilene e fu soprattutto grande studioso del radio, fondando l’Istituto Statale di Radioattività Italiano. Variegate e stravaganti le liste delle invenzioni Federl(eniane): la colonizzazione interna della Sardegna, la progettazione del Palazzo del Ministero della Marina Austriaca, la produzione di strumenti ottici per l’esercito italiano con la Federlux, il ‘risanamento di Roma’ (espressione che, adottata negli anni del fascismo, assume connotati da ‘piccone risanatore’); la sperimentazione sull’uranio e tante altre.
La personalità di Fenderl sembra, ad uno primo sguardo, incline ad un particolarismo venato di mitomania: progettò con largo anticipo la sua stessa tomba dove elencò le sue invenzioni, contrattaccando dalla lapide i plagi che accusava di aver ricevuto. E tra le invenzioni, oltre alla tomba stessa, compaiono anche i coriandoli.

“Come ho fatto l’invenzione dei coriandoli di carta è semplice, come semplicissima è l’invenzione stessa. Nel 1876 avevo 14 anni, ero molto precoce, di carnevale volevo fare il ‘bulo’ colle ragazzine; ma non avevo danaro per comperare i confetti di gesso allora in uso. E così mi venne l’idea di prendere carte colorate, farne strisce, e tagliarle colla forbice a triangoli. Mise questi in uno ‘scartozzo’, andai sul pergolo del mio sarto al Corso di Trieste, e li gettai giù sulla folla” raccontò Fenderl durante un’intervista alla Radio del 1957.
E questo è quanto: non vi sono altre fonti, né conferme dai giornali o altre fonti del periodo. La parola di Fenderl contro i fatti di Mangili, insomma; e spetta al lettore decidere a chi credere. Nonostante infatti il racconto di Fenderl sia stato poi ripetuto più e più volte e accolto in modo acritico, appare evidente come la storia di Mangili sia molto più credibile, specie considerando l’attestata diffusione dei coriandoli a Milano in quei decenni.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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