04.02.2026 – 10.30 – Sembra avere carattere strutturale l’ipotetico danno alla Sala delle Croci della Risiera di San Sabba. Proprio alla vigilia delle grandi gite scolastiche che trasformano la Risiera in uno dei Musei più visitati di Trieste, con medie di 300 studenti all’ora nel grande piazzale, chiude l’unica zona storica di grandi dimensioni del comprensorio, la Sala delle Croci. Dopo alcune settimane di una chiusura che sembrava temporanea, la Sala è ora accessibile solo in un’area limitata e ristretta, di circa 3 metri per 2, subito dopo la porta di ingresso a sinistra con la rampa. La posizione ‘limite’ è stata circoscritta con i divisori e l’accesso, si apprende dal servizio didattico, dovrà avvenire non più di dieci persone alla volta.
La chiusura della sala risulta molto problematica, perché era l’unica area di grandi dimensioni al coperto all’interno del complesso museale. Il periodo primaverile, essendo la Risiera un luogo frequentato dalle scuole, assiste al transito in contemporanea di numerosi gruppi in media di venti persone ciascuno.
La sala già in precedenza era stata chiusa a causa della presenza di topi, poi deratizzati e di piccioni tra le travi del soffitto; tuttavia sempre per brevi periodi. L’ex magazzino era stato utilizzato, ai tempi della Risiera come campo di concentramento, quale luogo per lo smistamento e la deportazione degli internati politici e soprattutto etnici, con grandi camerate dove le vittime attendevano il trasporto verso la stazione ferroviaria e i lager tedeschi. L’architetto Boico, durante la controversa opera di musealizzazione della Risiera, scelse di rimuovere i pavimenti e conservare solo le travature in legno, conferendo alla sala l’aspetto di una “basilica laica“. Già negli anni precedenti era possibile notare, in fondo alla sala, una serie di puntelli e impalcature di supporto nei confronti di alcune delle travi. L’esclusione della sala comporterà che non si potranno vedere più i reperti murati nel lato addossato al piazzale; il pianoterra era stato infatti usato dai nazifascisti quale deposito per il materiale confiscato alle comunità ebraiche nel Litorale Adriatico; era possibile ancora vedere, in alcune bacheche, un orologio da taschino, pettini, anelli e in generale effetti personali di internati dalla vita cancellata dal sistema concentrazionario tedesco.
[z.s.]


