*di Carlo Di Stanislao
12.01.2026 – 11.00 – L’eclissi dell’ordine mondiale: tra il petrolio di Caracas e i ghiacci della Groenlandia «La geopolitica è l’arte di impiegare il tempo e lo spazio a scopi militari e politici; la prima è più importante della seconda, perché lo spazio si può recuperare, il tempo mai». — Napoleone Bonaparte – Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca si è rivelato un terremoto geopolitico che ha spostato l’asse di rotazione del pianeta. Se la prima presidenza era stata un assaggio di isolazionismo muscolare, il nuovo corso si configura come una spietata operazione di realpolitik immobiliare e strategica. Dal Sudamerica all’Artico, il mondo non è più una scacchiera di alleanze ideologiche, ma un immenso bilancio da far quadrare, dove la sovranità nazionale soccombe di fronte agli interessi dell’energia e delle terre rare. In questo scenario, l’Italia e l’Europa si trovano a gestire una pressione senza precedenti, tra la minaccia di dazi punitivi e il rischio di irrilevanza diplomatica.
Il dossier Venezuela: oltre il “regime change”
Mentre il mondo guardava altrove, il Venezuela è tornato a essere il perno delle mire americane. Non si tratta solo di democrazia o della contestata presidenza di Maduro: si tratta delle riserve petrolifere più grandi del globo. L’approccio di Trump è mutato: non più soltanto sanzioni paralizzanti, ma una pressione finalizzata a un controllo diretto o indiretto delle risorse. Caracas non è più vista come una minaccia ideologica, ma come un asset energetico che non può restare sotto l’influenza cinese o russa nel giardino di casa degli Stati Uniti. Le azioni militari e diplomatiche degli ultimi giorni suggeriscono la volontà di stabilire un protettorato energetico di fatto, volto a garantire l’autosufficienza americana e il controllo dei prezzi globali.
L’Artico e il “real estate” della Groenlandia
Se il Venezuela è il passato che ritorna, la Groenlandia rappresenta il futuro strategico. L’idea di acquisire l’isola dalla Danimarca, un tempo derisa come una bizzarria da magnate immobiliare, è oggi al centro di una dottrina di sicurezza nazionale ferrea. La Groenlandia non è solo una distesa di ghiaccio: è la porta d’accesso alle nuove rotte polari rese navigabili dal cambiamento climatico ed è un forziere di terre rare, essenziali per la tecnologia militare e per la transizione ecologica che Trump intende piegare agli interessi americani. Per Washington, l’isola è la “portaerei inaffondabile” necessaria per arginare l’espansionismo russo e cinese nel Grande Nord. La Danimarca resiste invocando l’integrità territoriale, ma la pressione economica della Casa Bianca sta creando crepe profonde nella coesione scandinava.
Bolivia e Messico: litio e confini
Più a sud, la Bolivia entra nel mirino per il suo “oro bianco”. Il litio è il petrolio del ventunesimo secolo e gli Stati Uniti non intendono permettere che Pechino ne detenga il monopolio estrattivo nelle Ande. Parallelamente, il Messico vive una tensione senza precedenti. Non è più solo una questione di migrazione o della costruzione di un muro: la minaccia di dazi punitivi estremi e l’intervento contro i cartelli della droga segnano una nuova era di sovranità limitata per Città del Messico. Il messaggio di Trump è chiaro: o si è partner subordinati che accettano le condizioni di Washington, o si è ostacoli da rimuovere nel nome della sicurezza interna americana.
La NATO trema e l’Europa balbetta
Di fronte a questo scenario di unilateralismo estremo, le vecchie architetture di sicurezza barcollano. La NATO non è più un dogma intoccabile. Trump ha chiarito che la protezione americana ha un prezzo e che la mutua difesa è diventata condizionale. I Paesi europei, abituati a delegare la propria sicurezza a Washington, si ritrovano improvvisamente esposti. L’Unione Europea reagisce con la consueta frammentazione. Tra chi invoca un’autonomia strategica guidata dalla Francia e chi cerca accordi bilaterali per salvare le esportazioni, l’Europa appare incapace di una risposta unitaria. Il risultato è un balbettio diplomatico che nasconde una profonda paura esistenziale: diventare una periferia di lusso, tecnologicamente dipendente e militarmente impotente.
Il monito di Tremonti: l’ombra di Gheddafi
In questo caos calcolato tornano d’attualità le riflessioni di Giulio Tremonti. L’ex ministro dell’Economia ha ricordato gli errori fatali dell’Occidente, compiuti in nome di un idealismo di facciata che celava interessi predatori. Il riferimento più bruciante resta la Libia di Gheddafi. La caduta del leader libico, orchestrata da una coalizione franco-americana, non ha portato democrazia, ma caos, immigrazione incontrollata e perdita di influenza energetica per l’Italia. Il “modello Gheddafi” — l’abbattimento di un regime stabilizzatore senza un piano per il futuro — è il fantasma che aleggia sulle attuali mire verso il Venezuela. L’Italia, ricorda Tremonti, rischia di pagare il prezzo più alto se non saprà difendere i propri interessi nazionali in una cornice europea che stenta a riformarsi.
L’Italia tra dazi e realpolitik: come non restare schiacciati
Il sistema produttivo italiano è oggi l’obiettivo delle politiche protezionistiche americane. I dazi annunciati colpiscono i pilastri del Made in Italy:
– agroalimentare: vino, olio, formaggi a rischio rincari;
– automotive e meccanica: componentistica italiana, filiera tedesca, acciaio e alluminio;
– lusso e farmaceutica: settori ad alta marginalità e cuore dell’export.
Per non soccombere, l’Italia deve adottare una strategia di realismo dinamico. Roma deve proporsi come interlocutore privilegiato degli Stati Uniti per la stabilizzazione del Mediterraneo, trasformando il proprio ruolo in un asset indispensabile per Washington. Allo stesso tempo, deve pretendere in sede europea che le spese per la difesa siano scorporate dal deficit, consentendo gli investimenti necessari senza soffocare l’economia interna.
Verso un nuovo disordine mondiale
La strategia di Trump non è irrazionale: è puramente transazionale. Ogni nazione è valutata per risorse, deficit commerciale e posizione geografica. Questo approccio sta smantellando l’ordine liberale del dopoguerra. Il tempo, come ammoniva Napoleone, è la risorsa più preziosa. L’Italia e l’Europa sono davanti a un bivio: continuare a subire o ritrovare una voce politica e militare comune per trattare da pari a pari. La lezione di Gheddafi e il monito di Tremonti ricordano che, senza una strategia propria, si diventa inevitabilmente terreno di conquista delle strategie altrui.
[c.s.]


