Microaree e Case della comunità: quando il rumore politico supera i fatti della sanità territoriale

02.01.2026 – 15.30 – C’è un vizio antico nel dibattito pubblico italiano: quello di scambiare il rumore per la sostanza. E, possibilmente, di attribuire al “nuovo” la colpa di ogni disagio, reale o presunto. La vicenda delle Microaree di Trieste e delle Case della comunità non sfugge a questo copione, con una differenza sostanziale: qui i fatti sono noti, documentati e, per chi voglia leggerli senza paraocchi, piuttosto chiari. La conferenza stampa odierna delle opposizioni ha evocato uno scenario allarmante: personale sottratto alle Microaree per alimentare le nuove Case della comunità, servizi ridotti, cittadini fragili lasciati senza risposte. Un racconto efficace sul piano comunicativo, meno solido su quello della realtà amministrativa e sanitaria. ASUGI, con una nota articolata e puntuale, ha rimesso i paletti al loro posto, smentendo l’esistenza di un travaso strutturale di risorse umane e chiarendo che i disservizi citati sono stati limitati, episodici e riconducibili a problemi di programmazione interna, non a una scelta politica o organizzativa di smantellamento.

Vale la pena soffermarsi su un dato che nel dibattito sembra essere passato in secondo piano: le Microaree attive a Trieste sono quindici e le criticità si sono manifestate in una sola di esse, peraltro in un arco temporale ristretto, a metà dicembre. Parlare di riduzione dei servizi, in questo contesto, appare quanto meno improprio. Ancor più se si considera che la prima Casa della comunità è entrata in funzione operativamente il 2 gennaio 2026, (oggi) e non prima, rendendo di fatto impossibile qualsiasi “spostamento improvviso” di personale per un servizio che, fino a quel momento, non era nemmeno operativo. C’è poi il tema, più ampio e strutturale, della riorganizzazione della sanità territoriale. Qui ASUGI non si muove in modo estemporaneo, ma dentro un quadro normativo preciso, quello delineato dal DM 77/22, e sulla base di atti amministrativi già approvati, come il decreto del direttore generale del 30 settembre 2025 che aggiorna e armonizza il Programma Habitat Microaree e Salute delle Comunità. L’obiettivo dichiarato non è la sottrazione di funzioni, bensì l’integrazione: valorizzare il personale di microarea, in particolare gli infermieri di famiglia e di comunità, e raccordarne l’attività con le Case della comunità, il PUA sociosanitario e l’assistenza domiciliare.

È un passaggio delicato, certo. Ogni riforma lo è. Ma confondere un’evoluzione graduale, condivisa con Comune e ATER, con una “riforma a somma zero” significa semplificare fino a deformare. Tanto più che ASUGI ribadisce un punto decisivo: non sono previste modifiche dell’attuale funzionamento delle Microaree e ogni cambiamento avverrà in modo concertato. Sul fronte più sensibile, quello delle demenze e della stimolazione neurocognitiva, l’Azienda fornisce ulteriori elementi di rassicurazione. Il servizio, attivato dai CDCD, è garantito anche per il 2026 tramite operatori di cooperative sociali in appalto. Non solo: è appena stata conclusa una fase di coprogettazione che mette sul tavolo mezzo milione di euro per interventi domiciliari a favore delle persone con demenza e dei loro caregiver, coinvolgendo dodici enti del terzo settore. Un investimento che difficilmente si concilia con l’idea di un arretramento o di un disimpegno.

Il punto, allora, non è negare che la sanità territoriale viva una fase di tensione, né che il tema degli organici sia reale e meritevole di attenzione. Ma un conto è chiedere più risorse e più assunzioni, altro è costruire un racconto emergenziale che non trova riscontro nei dati. La politica ha il dovere di vigilare, ma anche quello di distinguere tra criticità sistemiche e inciampi organizzativi, tra scelte strutturali e problemi di comunicazione interna. In questa vicenda ASUGI difende una linea che, al netto delle inevitabili difficoltà di transizione, appare coerente e documentata. E forse, parafrasando un vecchio maestro del giornalismo, prima di indignarsi sarebbe il caso di leggere le carte. Perché la polemica, quando prescinde dai fatti, resta solo rumore.

[f.v.]

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