La progressiva perdita della scrittura a mano: come cambia il cervello che non scrive più

23.01.2026 – 8.30 – Si celebra oggi la “Giornata internazionale della scrittura a mano”, in inglese “Handwriting Day”, istituita nel 1977 negli Stati Uniti e dedicata in origine all’arte della calligrafia. La scelta della data non è casuale: il 23 gennaio del 1737 nacque John Hancock, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti e primo firmatario della Dichiarazione d’Indipendenza. Un gesto, quello di Hancock, che sancì la libertà di un Paese proprio attraverso la scrittura. Negli anni, la ricorrenza si è progressivamente orientata alla promozione della scrittura manuale, oggi candidata a diventare patrimonio dell’umanità in quanto bene culturale insostituibile. Celebrare la giornata di oggi significa riaffermare il valore della scrittura a mano in un’epoca fortemente digitale, riscoprendo l’importanza del gesto grafico come abilità fondamentale per lo sviluppo cognitivo, la creatività e l’espressione della personalità individuale.

In questa occasione, Marianna Ravazzini, grafologa forense dell’età evolutiva, educatrice del gesto grafico e Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di Cesiog (Centro Studi Italiano per l’Orientamento Grafologico), ha rilasciato un’intervista alla nostra redazione, offrendo un’articolata riflessione sulle conseguenze del progressivo abbandono della scrittura manuale. Secondo l’esperta, ci troviamo di fronte a una situazione storica senza precedenti: molti alunni non imparano più a scrivere in corsivo e, in alcuni casi, vengono dispensati anche dallo stampato maiuscolo in favore della digitazione su tastiera. Parallelamente, sempre più adulti smettono di scrivere a mano, mentre i bambini vengono esposti ai dispositivi digitali già prima dell’ingresso a scuola. “Per la prima volta nella storia, da quando è stata ideata la scrittura manuale, stiamo assistendo a un’inversione di tendenza.” ha ribadito Ravazzini. E i grafologi si chiedono quale potrà essere l’impatto di un tale cambiamento sul modo in cui la mente umana opera.

I dati raccolti negli ultimi anni hanno generato particolare preoccupazione tra gli specialisti: le statistiche ministeriali mostrano in effetti un incremento progressivo delle diagnosi di DSA a partire dal 2010. Negli ultimi sette anni, l’aumento delle certificazioni è stato particolarmente significativo: la disgrafia ha registrato una crescita del 192%, seguita da disortografia (+175,3%) e discalculia (+189%). I grafologi ipotizzano una possibile correlazione tra queste evidenze e l’abbandono della scrittura manuale. “Ci siamo accorti che a furia di non scrivere a mano, e soprattutto in corsivo, il cervello cambia”, ha sottolineato Ravazzini. “La plasticità del cervello si sta ridefinendo, così come i tempi dell’attenzione. Per esempio, nei bambini ci sono sempre più diagnosi di deficit attentivi, ADHD, disturbi oppositivo-provocatori”. Secondo gli specialisti, l’esposizione precoce e prolungata ai dispositivi digitali durante l’infanzia, ovvero una fase cruciale dello sviluppo cerebrale, può tradursi in difficoltà di attenzione e memoria, perdita di concentrazione, ansia, aggressività e un generale declino delle capacità di apprendimento. Da qui la necessità di ripensare una didattica della scrittura che includa, quando necessario, la figura del grafologo educatore del gesto grafico.

Secondo gli esperti, rinunciare alla scrittura manuale incide su diverse facoltà del cervello umano. “Ci sono effetti negativi sulla memoria, sulla capacità di comprensione del testo orale o scritto, e una caduta libera anche della capacità di ragionamento critico, di ragionamento logico con argomentazioni.” Secondo Ravazzini, assieme alla scrittura manuale si sta perdendo anche la conoscenza, intesa come sistema di nozioni collegate tra loro: “La scrittura corsiva serve soprattutto a creare connessioni tra competenze: è da lì che derivano il sapere e la conoscenza.” La società attuale tende tuttavia a limitarsi al nozionismo: “Conosciamo tante definizioni, ma poi non sappiamo farle lavorare insieme.” In questo contesto, la scrittura in corsivo si configura come una competenza fondamentale, capace di allenare l’autoregolazione, stimolare la creatività e il pensiero complesso. Nella stessa direzione va anche la recente proposta del Ministro Valditara, che con le indicazioni nazionali 2025 auspica il ritorno del corsivo nelle scuole: l’obiettivo del Ministero è quello di “recuperare il valore della scrittura a mano collegandola a un’eredità culturale e ad un approccio più umano e meditato, in contrapposizione alla frenesia digitale”.

Tuttavia, ciò che spesso si tende a dimenticare è che la scrittura a mano svolge un ruolo centrale nella gestione delle emozioni, oltre che nei processi di apprendimento. “Una persona, quando scrive, inevitabilmente disegna se stessa: sia la parte conscia, che la parte inconscia”, spiega Ravazzini, sottolineando come scrivere e disegnare, per il cervello, siano processi analoghi. Scrivere a mano è un’attività cerebrale irrinunciabile, capace di sciogliere le emozioni e di portarle su carta: non a caso, in ambito terapeutico viene spesso consigliato di tenere un diario. Il modo in cui scriviamo racconta “quali sono le strategie con cui affrontiamo la giornata: parla del nostro vissuto, delle nostre ferite, parla di punti forti e talloni d’Achille, dei tipi di intelligenza di cui siamo dotati.” Insomma, la scrittura apre all’introspezione profonda e alla comprensione di sé.

Ma quali sono i vantaggi effettivi di praticare frequentemente la scrittura manuale? Dal punto di vista neuroscientifico, i benefici sono molteplici: quando scriviamo a mano attiviamo ben dodici aree cerebrali, mentre la digitazione su tastiera ne coinvolge soltanto due. A sostenerlo è Cesare Cornoldi, responsabile del Laboratorio sulla Memoria e i Processi Cognitivi dell’Apprendimento dell’Università di Padova. La scrittura manuale è un vero allenamento per il cervello: rafforza la memoria, migliora la capacità di sintesi e il pensiero critico, affina la motricità fine e favorisce l’equilibrio emotivo. Inoltre, studi come quelli di Karin Harman James dimostrano che, per i bambini, scrivere le lettere a mano ne facilita il riconoscimento e la memorizzazione molto più della digitazione o del ricalco tratteggiato.

Come recuperare questa competenza nella vita quotidiana? “È un po’ un’esigenza culturale”, osserva Ravazzini. “Molti alunni non imparano a scrivere in corsivo, quindi non conoscono ancora l’esperienza liberatoria, catartica, di esprimersi su carta con il proprio stile, la propria scrittura”. La scrittura manuale richiede un tempo più lento rispetto alla parola o al pensiero, ma è proprio questo tempo a consentire a ciascuno di selezionare il termine più appropriato e di strutturare un ragionamento complesso. Il consiglio dei grafologi è quindi quello di “recuperare piccoli momenti di scrittura quotidiana per fare chiarezza dentro di sé”, oltre a impiegare la scrittura manuale nel corso della giornata lavorativa, “per organizzare gli appuntamenti scrivendoli su un’agenda cartacea anziché sul telefonino”. I grafologi rivolgono un invito semplice ma rivoluzionario in occasione della giornata del 23 gennaio: “scrivere una lettera o, se proprio non si ha tempo, una cartolina all’amico d’infanzia, o a una persona a cui non siamo riusciti a dire delle cose di persona, o anche scrivere una lettera a noi stessi”, per portare sulla carta ciò che vive dentro di noi, e restituire al gesto grafico il suo valore cognitivo, emotivo e profondamente umano.

[b.m.]

Ultime notizie

Dello stesso autore