Il mito di Orvisi, il negozio di ‘zogatoli’ per eccellenza della Trieste che fu

17.01.2026 – 07.00 – Uno sfondo rosso e, tracciati sulla carta, i disegni stilizzati bianco e neri di bambini e bambine, intervallati da un trenino col suo bel carico di carbone e i vagoncini. L’odore di nuovo, il caratteristico sfregare della carta da pacchi appena sfogliata o del sacchetto appallottolato… Tutt’oggi, a distanza di oltre vent’anni, vedere quel rosso, quelle silhouette appena accennate genera un immediato ricordo: Orvisi, il paradiso dei giocattoli di Trieste. Non siamo nell’ambito dei negozi storici, risalenti all’Austria-Ungheria o agli anni Venti (pensiamo, ad esempio, alla drogheria Toso), ma Orvisi tutt’oggi è un ricordo molto vivo tra i triestini, complice l’uso azzeccato di un marketing dove i colori erano predominanti.
Il primo negozio storico di giocattoli a Trieste fu in realtà quello di Sante Giacomelli, in via San Spiridione 5 e via San Nicolò 26, le cui origini datavano addirittura alla ditta del 1831 “F.lli Frennez di Guido Reganzin e Santo Giacomello”, segnata secondo Zubini come “deposito fuochi artificiali, chincaglierie estere e nazionali”. Oggigiorno i più lo ricordano come il negozio di Giacomello/ Giacomelli, soprannominato “el duca delle pupe“. Vi correva all’interno, nelle due vetrine all’angolo tra San Spiridione e San Nicolò, un plastico con un bel trenino elettrico.

Orvisi, a propria volta, era all’inizio chiamato, nel secondo dopoguerra, Buchbinder; quest’ultimo proprietario era noto per essere anche un bravo pianista; poi il negozio venne denominato Buchbinder-Orvisi e infine Orvisi.
A partire dalla sua epoca d’oro, negli anni Sessanta, Orvisi era organizzato con due piani di giocattoli: oltre ad un plastico col trenino, molti ricordano le bacheche coi soldatini colorati e divisi per tipologia e periodo storico. Posto d’onore, va da sé, per i soldatini italiani contrapposti alle bianche uniformi dei soldatini austriaci.
A partire dagli anni Ottanta Orvisi introdusse quel colore rosso così caratteristico nel proprio merchandising e il secondo piano fu dedicato in gran parte ad una sterminata collezione di Barbie.
In questo periodo la geografia dei giocattoli cittadina (a Trieste spesso geografia anche del ferromodellismo e delle miniature per il pubblico adulto) annoverava autentiche eccellenze: oltre a Orvisi, c’era Giokit, chiuso verso il 2017, Tom Hobby, chiuso circa nel 2005 e Trenimodel, serrato già nel 1985.
Quando Orvisi chiuse nel 2002, la proprietaria Renata Orvisi aveva ottantatré anni!, la catena di negozi Imaginarium tentò un accordo, poi sfumato. La cessione avvenne allora in via ufficiale il 19 marzo 2002, ma i commessi dello storico negozio tentarono un coraggioso rilancio in via Udine, nell’odierna sede del consolato di Romania. Troppo lontano, troppo trafficato dal centralissimo Orvisi di un tempo: l’attività stentò qualche anno grazie agli affezionati clienti, ma infine poi chiuse.

Oggigiorno il ricordo di Orvisi è così vivo grazie (anche) all’azzeccata scelta di essere stato per decenni il luogo di san Nicolò, quasi la sua sede triestina: i regali di dicembre erano sempre avvolti con la carta di Orvisi, involontario annuncio di un nuovo, fiammante, balocco. E tuttavia andrebbe anche ricordato come Orvisi fosse un negozio di giocattoli molto costoso, persino per i generosi standard dell’epoca: proprio per questo ricevere un regalo da via Ponchielli era per molti un evento eccezionale e per tanti bambini Orvisi era più un desiderio che una realtà.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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