08.12.2025 – 8.20 – Un uomo di trentadue anni, migrante algerino, viene trovato morto in un edificio abbandonato del Porto Vecchio. Cercava riparo dal freddo, non lo ha trovato. La tragedia è reale, immediata, crudele. Ma non è colpa di nessuno. Non della città, non dei cittadini, non delle luci natalizie che brillano per le vie del centro. Eppure, come spesso accade, scatta il meccanismo del ‘moral panic‘: un fatto tragico diventa simbolo di colpe diffuse, occasione per caricare di senso morale chi non ha commesso alcun atto diretto. La cultura woke, con la sua retorica della responsabilità collettiva, amplifica questo effetto: tutti corresponsabili, tutti in debito di coscienza, tutti chiamati a indignarsi e a sentirsi in colpa. La morte di un uomo si trasforma in un esercizio di autocondanna morale. Le luminarie di Natale, innocuo segno di festa, diventano così corredo retorico: simbolo di una città distratta, insensibile, colpevole per la tragedia che non ha generato. Il risultato è prevedibile: indignazione simbolica, sensi di colpa diffusi, gesti teatrali di pietà.
La città non ha ucciso quell’uomo. Nessuno l’ha fatto. La tragedia appartiene al mondo e alla fragilità umana. Tutto il resto è retorica. La vera lucidità consiste nel distinguere il dramma dalla colpa simbolica, nel guardare i fatti e non l’ornamento morale, nel sapere che la compassione non si misura con l’indignazione spettacolare. Sentirsi colpevoli per le luci di Natale o per la vita ordinaria di una città è un lusso emotivo, un’illusione consolatoria. La realtà è più cruda e richiede attenzione concreta, non pietismo simbolico. Il freddo, il gelo, la morte: queste sono circostanze. La colpa è un’altra cosa. E noi dobbiamo saperla distinguere. Sempre.
[f.v.]


