19.12.2025 – 9.00 – Ogni anno succede più o meno nello stesso modo: appena si accendono le prime luminarie, il Natale smette di essere una festa e diventa una scadenza. Una corsa gentile solo in apparenza, fatta di carrelli stracolmi, notifiche di sconti “imperdibili” e di quel leggero senso di colpa che si insinua quando non abbiamo ancora comprato nulla. Perché a dicembre, sembra, voler bene significhi soprattutto comprare bene.
Il consumismo natalizio è una tradizione non dichiarata ma solidissima. Non ha bisogno di essere spiegato perché lo respiriamo ovunque. Regali su regali, spesso pensati in fretta, acquistati per dovere più che per desiderio, destinati a durare lo spazio di un sorriso educato prima di finire in un cassetto. È una coreografia ben rodata, in cui partecipiamo anche quando promettiamo a noi stessi che “quest’anno basta, regali solo ai bambini”. Poi arrivano i colleghi, gli amici, i parenti lontani ma non troppo, e il proposito evapora come il vapore sopra il vin brulé.
Il problema non è il regalo in sé, né tantomeno il piacere di donare. Il problema nasce quando il gesto perde significato e diventa accumulo, quando la quantità prende il posto dell’attenzione e il prezzo sembra misurare l’affetto. In quel momento il Natale si trasforma in una sorta di gara silenziosa: chi spende di più, chi sorprende di più, chi riempie di più. Il tutto condito da un sottofondo di stanchezza e, non di rado, di frustrazione collettiva ma ben celata.
Eppure non serve vestirsi da profeti dell’apocalisse o bandire i pacchetti regalo per cambiare rotta. Non è necessario demonizzare il consumo, né rinchiudersi in una purezza ascetica che dura giusto fino al 27 dicembre. Basta rallentare un poco e farsi una domanda semplice: questo regalo dice davvero qualcosa? È pensato, desiderato, oppure è solo un modo elegante per spuntare una voce dalla lista?
A volte la risposta porta a soluzioni sorprendentemente semplici. Un solo regalo, scelto con cura. Qualcosa di fatto a mano, con tutti i suoi difetti inclusi, che poi difetti non sono, ma particolari unici, si può dire, con una loro anima. Un’esperienza invece di un oggetto. Che lasci ricordi oltre ad occupare dello spazio. Oppure, gesto rivoluzionario, una conversazione sincera in cui si ammetta che non serva scambiarsi davvero nulla per stare bene insieme. Sembra poco, ma in un mondo che urla “compra”, dire “basta così” è quasi un atto sovversivo.
C’è anche una certa ironia nel fatto che, mentre accumuliamo cose per celebrare l’abbondanza, ci lamentiamo di non avere tempo, energie, attenzione. Forse il Natale potrebbe essere l’occasione per regalarci proprio ciò che manca di più: lentezza, presenza, un po’ di silenzio dopo eccessivo baccano.
Alla fine, ridimensionare il consumismo natalizio non significa rovinare la magia delle feste, quanto piuttosto provare a salvarle. Restituire loro un volto umano, imperfetto, meno luccicante ma più autentico. E magari scoprire che sotto la carta colorata, quella vera sorpresa, quest’anno, può essere la leggerezza consapevole di non dover comprare tutto.
[e.c.]


