14.12.2025 – 15.45 – Premessa – Nel corso dei miei incontri, durante i quali provo a illustrare alcune tematiche geopolitiche attuali, spesso mi viene richiesto di dedicare uno spazio anche alla cosiddetta disinformazione e alle fake news. Nel recente passato, su Trieste News – Media Immagine, ho trattato l’argomento solo marginalmente, descrivendo i contorni della cosiddetta guerra ibrida e l’uso dell’intelligenza artificiale negli attuali conflitti. Oggi cercheremo insieme di irrompere nella sfera nebulosa della disinformazione, affidandoci a esperti sicuri e autorevoli. Recentemente Diego Motta, autorevole giornalista di Avvenire, ha voluto lanciare un grido d’allarme dirompente, sintetizzabile in un titolo sicuramente eloquente: “Controllo dei dati e disinformazione: c’è un disegno neocoloniale contro di noi”. In particolare, nell’introduzione Motta afferma, tra l’altro, che nella mappa di chi controlla i nostri dati non esiste alcuna zona franca. Da Est a Ovest, infatti, il disegno neocoloniale delle nuove potenze divide et impera. Ciascun gigante, cioè, ha il proprio interesse da difendere, insieme a un metodo di conquista e di dominio. Non conta se ci si trovi di fronte a una democrazia, o sedicente tale, a un’autocrazia o a un regime illiberale. Conta la gestione del potere per il potere, attraverso mezzi leciti e illeciti. Conta l’egemonia sulle fonti, la manipolazione dei numeri, il monitoraggio guidato della politica. Così, però, va riducendosi la sovranità popolare, afferma sempre Motta, tanto sbandierata da leader vecchi e nuovi. Stiamo parlando di disinformazione, di polarizzazione, di fake news: tutte parole che ascoltiamo e che spesso utilizziamo con estrema leggerezza. In tale cornice, pertanto, mi sono chiesto: siamo davvero certi di conoscere il significato profondo e le ricadute sulla nostra vita di questi concetti?
La trasmissione radiofonica di Orson Welles, andata in onda sulla CBS nel lontano 1938
Merita ricordare che siamo pienamente immersi nella cosiddetta era della post-verità. A questo riguardo, Jacopo Franchi, esperto del mondo digitale, ci ricorda che questo termine sembra descrivere un contesto in cui i fatti oggettivi perdono rilevanza a favore delle emozioni e delle convinzioni personali. Tuttavia, la capacità dei media di modellare la percezione della realtà non è certo un fenomeno nuovo ed è studiata da molti decenni. L’episodio decisamente più emblematico è rappresentato dalla famosa trasmissione radiofonica di Orson Welles, andata in onda sulla CBS nel lontano 1938. In quell’occasione il futuro grande regista simulò un notiziario speciale che annunciava uno sbarco di alieni, provocando una psicosi collettiva rimasta storica come esempio del potere dei media. La struttura del programma, unita all’autorevolezza della radio come mezzo d’informazione, riuscì a dimostrare come un “esperto manipolatore dei media” potesse influenzare e alterare la percezione della realtà. All’epoca, secondo la ricerca condotta dallo psicologo Hadley Cantril, circa 1,2 milioni di persone furono ingannate e fortemente suggestionate, mentre chi tra gli ascoltatori disponeva di maggiori strumenti culturali e critici riuscì a riconoscere la finzione. Questo episodio rappresenta una delle prime grandi manifestazioni della capacità dei media di modellare la realtà, un fenomeno che oggi, con i social network, sta assumendo una portata ancora più ampia. L’evento rivelò inoltre come l’alfabetizzazione mediatica fosse un fattore chiave nella resistenza alla disinformazione, concetto ancora centrale nell’era digitale.
Disinformazione e polarizzazione
Polidemos, il Centro per lo studio della democrazia e dei mutamenti politici dell’Università Cattolica di Milano, ci viene in aiuto attraverso un recente studio, complesso e approfondito. Antonella Vicini, giornalista e autrice di diversi saggi su questa materia decisamente spinosa, afferma che quello della disinformazione non è certo un concetto dell’epoca contemporanea. Totalmente attuale appare però il fenomeno della disinformazione così come è esploso negli ultimi anni con la progressiva diffusione dell’utilizzo di Internet e poi dei social network. Basti pensare che nel 2013 il World Economic Forum ha voluto inserire la disinformazione nella lista delle minacce globali. Per disinformazione, gli studiosi intendono “la diffusione intenzionale di notizie o informazioni inesatte o distorte allo scopo di influenzare le azioni e le scelte di qualcuno”; diversa, quindi, dalla misinformation che è invece “la diffusione di notizie false o non corrette in maniera non intenzionale e, dunque, senza uno scopo preventivo”. In questi casi, entrambe le definizioni rientrano tuttavia nella macrocategoria delle fake news, termine piuttosto nuovo e legato al fenomeno della disinformazione online. Un neologismo che si è diffuso a partire dal 2016, periodo particolarmente complesso e articolato per la vita politica internazionale, e americana in particolare. Non a caso, infatti, nel dicembre del 2016 l’Oxford English Dictionary ha deciso di decretare “post truth” (post-verità) come parola dell’anno. Alla dicotomia disinformation/misinformation, sempre secondo Antonella Vicini, gli esperti preferirebbero il termine “infodemia”, intesa come “sovrabbondanza di informazioni, sia online che offline”, che include tentativi deliberati di diffondere informazioni errate e confuse. Questa è la definizione data dall’OMS in occasione della pandemia da Covid-19.
La disinformazione, inoltre, viene veicolata sulle varie piattaforme, ma anche dai media generalisti più tradizionali, dove spesso si dà spazio a teorie e/o personaggi controversi senza alcun tipo di contraddittorio o di analisi dei fatti. In questo scenario, i modelli delle piattaforme social che, ricordiamolo, non nascono con l’intento di informare e che si reggono sulla commercializzazione di prodotti, tendono ad amplificare la polarizzazione e la disinformazione perché premiano in visibilità le notizie più risonanti, eclatanti e potenzialmente meno attente all’esattezza dei contenuti. Gli algoritmi non fanno altro che potenziare e massimizzare queste tendenze, favorendo l’accesso ai contenuti che più corrispondono ai gusti e alle inclinazioni dei fruitori e la creazione di comunità di utenti chiuse al loro interno. Antonella Vicini, infine, chiude questa riflessione affermando che nel complesso mondo del web gli utenti entrano in contatto con una quantità smisurata di informazioni di ogni tipo. Cosa succede, però? Succede che le nostre capacità cognitive non sono infinite e che il cervello lavora per ottimizzare i processi di analisi del mondo in cui ci muoviamo. In questo contesto si comprende bene il ruolo del confirmation bias (cioè la tendenza cognitiva che porta a cercare la conferma delle proprie idee e posizioni e a sminuire o a ritenere meno credibile ciò che diverge da ciò che sentiamo) e dell’esposizione selettiva nei confronti delle fonti. Noi cerchiamo, analizziamo e ricordiamo ciò che scegliamo. Gli studi del Center of Data Science and Complexity for Society dell’Università La Sapienza di Roma, un’eccellenza italiana diretto dal professore Walter Quattrociocchi, dimostrano, fra le varie cose, che gli utenti più attivi sui social consultano al massimo dieci fonti e che gli ambienti social sono caratterizzati dalla presenza di echo chamber, cioè comunità omofile composte da utenti che seguono le stesse narrative, usano un linguaggio comune e tendono a non confrontarsi con opinioni contrastanti.
Cerchiamo di approfondire!
La disinformazione risiede nella capacità di erodere progressivamente la fiducia, si afferma in Inghilterra. Alcuni mesi or sono Rory Cormac e Dan Lomas, rispettivamente professore e assistente di Relazioni internazionali presso la University of Nottingham, hanno pubblicato uno studio attento e scrupoloso sul fenomeno della disinformazione che merita la nostra attenzione. In particolare, si afferma sostanzialmente che la disinformazione è una tecnica storicamente consolidata di competizione politica e strategica, riemersa oggi in forma accelerata e moltiplicata. L’efficacia della disinformazione risiede, sempre secondo questi studiosi britannici, nella capacità di erodere progressivamente la fiducia, di saturare lo spazio informativo con versioni concorrenti e ambigue della realtà, di rendere costosa ogni decisione pubblica. Nella capacità di produrre, tra i vari effetti, la paralisi, il sospetto generalizzato, l’indebolimento delle istituzioni come arbitri legittimi del vero e del falso. In questo quadro, gli attori ostili, statali e non statali, operano sfruttando faglie preesistenti: divisioni sociali, polarizzazioni politiche, vulnerabilità endogene delle alleanze politiche e militari, amplificate fino a diventare ingovernabili. L’innovazione tecnologica consente oggi di accelerare questo processo, ma non ne modifica la logica. Come ha insegnato la Guerra fredda, le operazioni più efficaci sono quelle che mescolano elementi reali e distorti, verità parziali e insinuazioni, rendendo il contrasto non solo difficile, ma spesso controproducente. Sul piano della risposta britannica, Rory Cormac e Dan Lomas emettono un giudizio netto ma misurato. Si afferma infatti che in Gran Bretagna non mancano né l’attività né la consapevolezza del problema. Manca piuttosto una reale integrazione. La contro-difesa informativa resta frammentata tra dipartimenti, task force e iniziative temporanee, spesso scollegate dai processi decisionali sostanziali. La disinformazione viene trattata come un problema a sé stante e non come una dimensione trasversale della politica estera, della sicurezza e della governance democratica.
Perché siamo vittime della disinformazione?
Maria Gazzotti, psicoterapeuta, ci viene incontro fornendoci dati utili a comprendere il funzionamento del nostro cervello. In particolare, la psicoterapeuta esordisce affermando che nessuno è completamente immune alla disinformazione, e questo è dovuto proprio a come funziona la nostra mente: utilizza scorciatoie mentali, o euristiche, che permettono di costruire un’idea generica su un argomento senza effettuare troppi sforzi cognitivi. Sono strategie veloci, utilizzate di frequente per giungere rapidamente a conclusioni (euristiche – state of mind). In merito, il neuroscienziato Richard Sima ha affrontato proprio questa tematica, raccogliendo studi di esperti nel settore fin dal 2022. La studiosa ci spiega che l’essere umano tende a credere a ciò che vede e sente, perché la maggior parte delle cose a cui siamo esposti è effettivamente vera; inoltre, utilizziamo la familiarità e la facilità di comprensione come scorciatoie cognitive, e più vediamo qualcosa ripetersi, più sarà probabile che la riterremo vera. Siamo anche più suscettibili alla disinformazione quando questa si adatta alla nostra visione del mondo: siamo propensi, infatti, a cadere nel bias di conferma, cioè la tendenza a cercare e dare più credito alle informazioni che si adattano a ciò in cui già crediamo.
Nel mondo attuale, però, questo tipo di scorciatoie mentali è facilmente sfruttabile dall’informazione veloce che si diffonde su Internet e tramite i social media, capaci di amplificare notizie assolutamente non veritiere. Inoltre, una volta entrati in contatto con una notizia errata, è difficile sradicarla, anche quando scopriamo che si trattava di informazioni false. La disinformazione, infatti, sembra continuare a influenzare il nostro cervello, fenomeno che prende il nome di “effetto di influenza continua”. Recenti studi, afferma sempre Maria Gazzotti, hanno evidenziato che, in media, rivelare la falsità di una notizia non elimina del tutto il suo effetto. È stato riscontrato, inoltre, che la correzione delle notizie false ha più successo quando si basa su informazioni coerenti con la visione del mondo della persona e quando viene fornita dalla fonte stessa della disinformazione. La “correzione”, tuttavia, risulta meno efficace se la notizia falsa proviene da una fonte credibile, se è stata condivisa e ripetuta più volte e, infine, quando intercorre un ampio intervallo di tempo tra la comunicazione della notizia falsa e la sua correzione.


