29.11.2025 – 14.00 – L’aria degli ultimi mesi dell’anno a Trieste ha una qualità particolare: è frizzante, quasi tagliente. Ma un impatto unico che dà è quella di sciogliersi all’improvviso in un senso di attesa condivisa… Quella natalizia. In piazza Unità l’accensione delle prime luci contribuisce ad amplificare questo sentimento: il mare, dopo mesi di buio, prende dei toni sfavillanti. Le facciate storiche riprendono vita, il brusio di chi ha scelto di esserci davvero, in presenza, invece che dietro uno schermo. È in questa atmosfera che incontro i passanti. Rispondono con sorrisi tranquilli, di quelli che si aprono naturalmente quando ci si sente parte di qualcosa. A tratti stanchi, pregustando il riposo delle feste dopo un intero anno.
Tra le mie prime domande, Cosa significa essere qui stasera, invece che seguire l’evento online?, non esitano: «È bello, perché in presenza senti di più le emozioni della gente, anche quelle che hai nel cuore». Mentre ascolto, avverto quanto sia vero. La risposta è già tutta attorno. A pochi metri i bambini ridono, ci si scambia abbracci, si contemplano gli alberi illuminati in silenzio di meraviglia. Online tutto questo si perderebbe, tra pixel che tradirebbero la vibrazione autentica della città in festa.
Parliamo proprio degli alberi: file di luci li circondano con delicatezza ed eleganza magnetica per gli occhi. «Sono un messaggio», mi dice un ragazzo. «Con queste luci appena accese trasmettono un’idea di felicità.» Mentre lo racconta noto come non ne distacchi lo sguardo. Proprio come se, per rispondere, necessitasse di imprimere bene l’immagine dentro di sé. Come se quei rami decorati potessero davvero restituire un senso, un orientamento. E forse lo fanno.
Poi, quasi con l’entusiasmo di un progetto segreto, un ragazzo aggiunge un desiderio: «Con l’inizio del nuovo anno mi piacerebbe avere una grande pista di pattinaggio in piazza Unità, come a Vienna, sotto il Municipio. Potrebbe essere una vostra petizione per il prossimo anno!» Lo dice ridendo. Per un attimo, sembra di ascoltare il suo bambino interiore. E la mia, di bambina interiore, immagina la piazza trasformata: ghiaccio lucente, famiglie che pattinano, turisti incantati, la città che accoglie. E mi rendo conto che la forza delle tradizioni e delle installazioni natalizie stia anche qui: nel suggerire ciò che ancora potrebbe essere.
Quando poi chiedo che cosa, oltre alle luci, scaldi gli animi di questa giornata pre-natalizia, le risposte si fanno ancora più intime. «Mi scalda l’affetto dei miei amici. Essendo lontano da casa, loro sono un punto fondamentale della mia vita.» La dolcezza di questa confessione è disarmante. Si pensi a quante persone, in città universitarie come questa, costruiscono famiglie nuove, affetti elettivi che diventano rifugio durante le feste… Anche se la nostalgia di casa difficilmente manca.
Il discorso si sposta sulla gentilezza. Non quella grande e solenne, ma la sua versione quotidiana, fatta di gesti comuni e per questo fondamentali. «Non si deve dimenticare che non solo a Natale bisogna essere comprensivi e gentili, ma tutti i giorni», sottolinea una giovane. Sarebbe da appuntarselo in tasca, e rileggerlo ogni qualvolta la si senta venire meno. A guardare la piazza addobbata, mi rendo conto che, aldilà dei regali e del vischio, è la gentilezza la vera e unica luce dei giorni.
Infine emerge una certa malinconia. «Sicuramente sono fuori sede da tanti anni e ho vissuto anche dei Natali lontano dalla famiglia. È cambiato: spesso ci si ritrova sempre di meno, sempre meno persone, e il Natale si sente un po’ meno.» Sono parole che arrivano con una punta di amarezza, ma anche con la forza di chi ha imparato a reinventare le proprie feste, a costruire nuovi modi di stare insieme, al fianco di volti e affetti nuovi.
Mentre mi allontano, continua in me il senso di leggerezza sospesa che mi hanno trasmesso le anime appena incrociate. Tornando tra la calca capisco bene la trama comune di questa intervista, nata tra alberi luminosi e desideri per il nuovo anno. Vedo bene il quadro di Trieste, che non perde mai le sue vesti di città elegante e malinconica, luminosa e intima, capace di far sentire chiunque al posto giusto. Il freddo pungente del suo inverno, i lasciti della sua eredità asburgica, riescono comunque ad accogliere chi viene e chi va in un abbraccio più grande, multiculturale e capiente.
[e.c.]


