Giudice Sansone: «Così la giustizia rischia di crollare. Il vero problema non è la legge, ma chi la applica»

16.11.2025 – 19.05 – Nel racconto di una vita trascorsa nelle aule di tribunale, Giovanni Sansone appare come uno di quei magistrati che non si accontentano della mera applicazione della norma. La sua voce, calma ma incisiva, ricostruisce quarant’anni di giurisdizione vissuta tra Trieste e Gorizia, attraversando stagioni diverse della giustizia italiana. Ne emerge un quadro lucido, spesso controcorrente, che interroga non solo il funzionamento degli uffici giudiziari, ma la natura stessa del rapporto tra il cittadino e lo Stato. Il suo punto di partenza è chiaro: «Un giudice non si ferma al dato della legge, ma cerca di interpretarla mantenendola al passo con i tempi». Una dichiarazione che, da sola, descrive un metodo. La legge come bussola, non come gabbia; la realtà come terreno vivo da comprendere prima ancora che da giudicare.

Il cammino nella magistratura
Il percorso professionale di Sansone comincia a Trieste nel 1980, in una stagione in cui la giustizia italiana sta imparando a confrontarsi con l’economia che cambia, con le crisi d’impresa, con l’evoluzione del mercato. A Trieste resterà fino al 2013, occupandosi in prevalenza di contenzioso societario e commerciale. «Giudice dell’impresa, prevalentemente», sintetizza. Una definizione asciutta che racchiude decenni di decisioni su fallimenti, assetti societari, responsabilità degli amministratori, rapporti tra finanza e territorio. Tra i passaggi più rilevanti della sua carriera, la presidenza della Sezione specializzata del Tribunale delle Imprese di Trieste: un osservatorio privilegiato sulle dinamiche economiche del Nord-Est.

Nel 2013 si trasferisce a Gorizia per assumere la guida del Tribunale, incarico che manterrà fino al 2020. Due realtà diverse, ma unite da una caratteristica: una tempistica dei procedimenti tra le più virtuose del Paese. «Non si può fare di tutta l’erba un fascio», osserva, ricordando che Trieste e Gorizia rappresentano l’eccezione positiva in un sistema segnato da ritardi spesso considerati fisiologici.

La crisi d’impresa e il ruolo del giudice
Uno dei cardini della sua riflessione è la crisi d’impresa, che Sansone definisce “evento fisiologico dell’attività imprenditoriale”. La sua idea è netta: «Bisogna dare risposte aderenti alla realtà economica e alle esigenze economico-sociali del momento». Per farlo, spiega, non basta la tecnica giuridica. Serve un’apertura a più saperi: «Sin dal mio esordio ho sempre concepito il mestiere del giudice come un insieme di competenze non circoscritte al solo diritto, ma aperte ad altri saperi». L’immagine è quella di un giudice che osserva l’impatto sociale delle decisioni, attento «alle vicende umane» e «alle conseguenze dei propri atti».

Il cuore del problema: la fiducia
Per Sansone il tema centrale della giustizia italiana è la fiducia. E non è un concetto astratto: è il punto in cui si incrociano qualità, tempi e responsabilità. «In una società democratica è fondamentale la fiducia della collettività nei confronti dei giudici. Questa è importante anche – e direi soprattutto – per i giudici stessi, perché la fiducia rappresenta la garanzia più sicura dell’indipendenza del magistrato». Non consenso, dunque, ma credibilità. «Bisogna distinguere la fiducia dal consenso: il consenso si guadagna con iniziative giudiziarie che assecondano l’opinione pubblica; la fiducia, invece, si ottiene attraverso la qualità del lavoro e i tempi con cui il servizio viene reso». L’immagine che utilizza è efficace: «La giustizia è un servizio». Come il pronto soccorso, come il tram, come l’ordine pubblico. Servizi che il cittadino valuta per efficienza e tempestività. E quando la giustizia si inceppa, la fiducia si incrina.

Tempi e organizzazione: la sfida interna ed esterna
La lentezza dei processi non è, per Sansone, solo un problema di risorse. «Manca personale amministrativo, ma in realtà c’è anche un’esigenza di natura organizzativa». Da un lato la politica, con la distribuzione delle risorse sul territorio. Dall’altro, i magistrati stessi: «Manca una cultura dell’organizzazione, intesa come capacità di stabilire priorità e di fissare tempi entro cui qualcosa deve essere deciso». La sua formula è semplice, quasi programmatica: «Fare giustizia significa assegnare a ogni procedimento il giusto tempo».

Eppure, avverte, l’efficienza non basta. La qualità resta il metro di misura più importante: «La giustizia è un sapere pratico volto a risolvere conflitti umani e deve essere ancorata alla ragionevolezza, che è diversa dalla razionalità». Essere ragionevoli, per lui, significa valutare l’impatto concreto delle decisioni.

Tecnologia, riforme, cambiamento culturale
Sansone guarda con attenzione alla digitalizzazione. Nessuna nostalgia per il passato: «Non esiste un ufficio che possa fare a meno degli strumenti tecnologici: sarebbe come un imprenditore che tenesse ancora la contabilità su carta e calcolatrice». La tecnologia è necessaria, ma il vero cambiamento – insiste – è culturale. La riforma Cartabia, in questo senso, non basta: «La legge vive nel suo enforcement. Gli operatori non ‘vedono’ la legge in astratto, ma si chiedono: come viene applicata in questo luogo?».

Per questo ritiene che i progressi più significativi possano arrivare dalla formazione: «La formazione è ciò che ci cambia in meglio: è un processo lento, ma è l’unico che può consentire risultati significativi». La trasformazione deve nascere “all’interno della magistratura”, ma riguarda anche l’avvocatura: «Magistrati e avvocati sono come vasi comunicanti».

Separazione delle carriere e fiducia nel sistema
Su un tema cruciale del dibattito pubblico, Sansone non ha dubbi: «Separazione delle carriere? ». Una risposta netta, che motiva in chiave storica e comparata: «È coerente con la riforma del sistema accusatorio del 1989» e in linea con le principali democrazie europee.
Resta però un problema di fiducia interna: «Esiste una certa sfiducia nei confronti dei membri eletti nelle votazioni. Perché? Per come si è operato in passato». Una questione che tocca la credibilità complessiva della magistratura.

Conclusione: il fattore umano
Alla fine di questo lungo itinerario, Sansone torna sempre allo stesso punto: la qualità umana del giudice. Non le riforme, non le norme, non gli strumenti. Ma la persona. «L’indipendenza si costruisce quotidianamente. Non è facendo una legge che gli uomini cambiano; gli uomini cambiano con il tempo e con ciò che vivono». E ancora: «Non dipende dalla popolazione o dal numero degli affari se certe magistrature sono più efficienti: l’aspetto decisivo è il fattore umano».

Una visione che unisce rigore e consapevolezza, tecnica e sensibilità. E che restituisce il ritratto di un magistrato per cui la giustizia non è mai stata soltanto un mestiere, ma un impegno civile.

Biografia del dott. Giovanni Sansone
Giovanni Sansone entra in magistratura nel 1980 e presta servizio a Trieste per oltre trent’anni, occupandosi di diritto civile, commerciale e crisi d’impresa. Presiede la Sezione Specializzata del Tribunale delle Imprese del capoluogo giuliano, diventando uno dei principali riferimenti nella giustizia commerciale del Nord-Est.

Nel 2013 assume la presidenza del Tribunale di Gorizia, incarico che mantiene fino al 2020, guidando una delle realtà giudiziarie con i tempi più rapidi d’Italia. Il suo lavoro si distingue per l’attenzione all’organizzazione degli uffici, alla qualità delle decisioni e alla costruzione di un rapporto di fiducia tra magistratura e cittadini. Nel suo pensiero, la giurisdizione è un servizio, la formazione un dovere etico e la ragionevolezza il cardine della funzione giudiziaria.

[f.v.]

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