22.11.2025 – 9.00 – A Trieste cercare casa è diventato un percorso che assomiglia più a una lotteria che a un diritto. Negli ultimi anni i canoni di locazione sono aumentati in modo costante. Provare ad affittare un appartamento significa muoversi in un territorio quasi surreale. Un bilocale che dieci anni fa era accessibile a una giovane coppia oggi sembra fuori portata anche per chi ha un lavoro stabile. Il divario tra ciò che si trova sul mercato e ciò che le persone possono realmente permettersi cresce ogni mese, e non riguarda solo chi è ai margini: colpisce giovani lavoratori, famiglie monoreddito, lavoratori che ogni giorno attraversano il confine per raggiungere la città.
Una ragazza di trent’anni, impiegata in un bar del centro, racconta che le serve più di metà stipendio per pagare il suo affitto. Tiene duro perché ama Trieste, ma ogni volta che il proprietario le comunica l’adeguamento del canone, si chiede quando sarà la volta di dover fare le valigie. È una storia comune: molti giovani che guadagnano mille, mille e duecento euro al mese si ritrovano a elemosinare monolocali minuscoli o appartamenti vecchi e spogli. Quasi sempre proposti a cifre che non hanno più un rapporto con la realtà dei redditi locali.
Le famiglie monoreddito vivono la stessa morsa. Una madre separata testimonia che dopo mesi di ricerca ha dovuto accettare un appartamento più lontano dal centro. Molto più caro di quanto potesse permettersi, e soprattutto privo di qualsiasi certezza futura. A fine contratto, tutto potrebbe essere rimesso in discussione: un aumento, una disdetta, una richiesta fuori misura. La casa, che dovrebbe essere per definizione il luogo della stabilità, diventa un punto interrogativo che accompagna ogni decisione quotidiana.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il fenomeno degli affitti brevi. Chi vive a Trieste lo percepisce bene: appartamenti che potrebbero essere destinati a famiglie o lavoratori vengono assorbiti dal turismo mordi-e-fuggi. Il mercato si restringe e i prezzi si gonfiano. Chi cerca un alloggio stabile poi si ritrova a competere con visitatori temporanei che possono permettersi tariffe più alte.
Non è raro vedere palazzine intere in cui metà degli appartamenti sono diventati “mini-hotel”, luci che si accendono e si spengono, valigie trascinate sulle scale, persone che restano solo tre notti per poi scomparire. È difficile costruire un quartiere, una comunità, quando tutto cambia volto ogni settimana.
E poi ci sono le migliaia di case vuote, quelle che restano chiuse per paura di morosità, per sfiducia nei contratti, per questioni burocratiche mai risolte. Sono finestre buie in città vive, potenziali risposte a un bisogno reale che però rimangono congelate. Molti proprietari preferiscono lasciare l’alloggio inattivo pur di evitare rischi e complicazioni, e questa scelta pesa sull’intero tessuto cittadino. Mentre il mercato va in saturazione, una parte del patrimonio immobiliare resta inutilizzata.
In questo scenario le politiche comunali cercano di intervenire, ma la velocità del mercato supera spesso quella delle risposte istituzionali. L’edilizia pubblica non basta, gli alloggi a canone calmierato sono pochi e le domande superano di gran lunga i posti disponibili. Le associazioni degli inquilini raccontano ogni giorno difficoltà nuove: sfratti che non trovano alternative, famiglie che dormono in auto per settimane, lavoratori transfrontalieri che vorrebbero trasferirsi stabilmente ma trovano solo prezzi fuori portata.
Ciononostante, esistono margini per un cambiamento reale. Alcuni quartieri stanno sperimentando pratiche più eque di gestione immobiliare, alcuni proprietari scelgono di affittare a lungo termine con contratti chiari e sostenibili, e iniziative civiche stanno chiedendo una regolamentazione più coraggiosa degli affitti brevi. Dei modelli esistono, e quando funzionano si vede subito: aumentano le famiglie residenti, si ristabilizza la vita di comunità, tornano botteghe e servizi di prossimità.
L’accesso alla casa deve tornare ad essere un tema umano. Riguarda il senso di appartenenza, la possibilità di immaginare un futuro, la dignità di scegliere dove e come vivere. Trieste ha sempre protetto chi resta, ma perché questo continui a essere vero, servono politiche che abbiano il coraggio di mettere al centro le persone oltre ai metri quadri.
[e.c.]


