Vittoria oltre l’odio. La bellezza non ha colore, l’ignoranza sì

01.09.2025 – 19:25 – A Vittoria Maculan, eletta Miss Trieste 2025, non hanno pesato addosso soltanto gli abiti luccicanti delle passerelle o la corona cesellata dal maestro orafo Maurizio Stagni. Le è caduto addosso, insieme a quel titolo, il macigno degli insulti, dell’odio e del razzismo. La solita orchestra stonata che, dietro lo scudo della tastiera, si sente autorizzata a decidere chi sia abbastanza triestina, abbastanza italiana, abbastanza “degna” di rappresentare la città. Eppure la storia, quella vera, non l’aneddotica dei bar social, ha già dato risposta. Trieste non è mai stata città che si rinchiude nei suoi confini. È porto franco, crocevia di genti, lingue, culture, religioni. È slava e latina, germanica e mediterranea, greca ed ebraica. Trieste è miscuglio, è ibrido, è contaminazione. Negarlo significa negare la nostra stessa identità.

E non è la prima volta, nemmeno a livello nazionale, che il colore della pelle diventa pretesto di polemica. Nel 1996 una Miss Italia di origine eritrea, Denny Méndez, fece scandalo per la sua pelle “troppo nera” eppure vinse, a furor di popolo. Allora, come oggi, i critici si aggrapparono a un’idea di italianità ferma ai libri di scuola delle elementari, come se bastasse un passaporto di colore rosa a definire chi siamo. La verità è che Vittoria, triestina di mamma italiana e papa senegalese, è molto più triestina dei suoi detrattori. Perché porta su di sé il peso della diversità e lo trasforma in forza, come Trieste ha sempre fatto con i propri conflitti e contraddizioni. Ha mostrato eleganza, carattere, umiltà. Ha saputo affrontare il palco e le domande con una naturalezza che chi insulta non conoscerà mai.

E qui non si può non dare atto all’organizzazione guidata da Armando Casalino: oltre a confezionare uno spettacolo che dà spazio a giovani talenti, porta avanti da anni un impegno concreto contro la violenza sulle donne, ribadendo che la bellezza non è mai apparenza fine a se stessa, ma occasione per parlare di rispetto, dignità, libertà. La corona di Miss Trieste, quest’anno, non è soltanto un gioiello: è un simbolo. Un simbolo di una città che o accetta di essere quello che è — un incrocio di venti e destini — oppure smette di essere Trieste. Un simbolo di una bellezza che non si piega ai canoni ristretti della provincia, ma si apre al mondo, come fa ogni porto che guarda l’orizzonte.

Chi oggi la deride per il colore della pelle, domani la userà come specchio della propria meschinità. Vittoria, invece, resterà. Resterà nella memoria di questa città come la ragazza che ha fatto tremare i vecchi pregiudizi con un sorriso e con la grazia di una passerella. E allora, se questa corona pesa, lasciamola pesare. Meglio una regina che porta sulle spalle il fardello del nostro tempo che un popolo che continua a fingere di vivere nell’Ottocento.

[f.v.]

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