Palestina riconosciuta, Israele isolato. L’analisi del generale Dragani

30.09.2025 – 14.04 – Nella sua ricognizione più recente, il Generale Stefano Silvio Dragani invita a leggere il dossier israelo-palestinese separando “percezione” da “realtà”, ricordando che «dobbiamo dare la parola a tutti, nessuno escluso», e che l’unico modo per avvicinare la soluzione è «creare ponti, non muri». Partendo da questo approccio, ricapitolo qui cosa stanno facendo Stati Uniti, Unione Europea e principali capitali occidentali, e come queste mosse s’incastrano — o confliggono — con i vincoli di sicurezza israeliani e con la dinamica intra-palestinese.

1) Il piano statunitense: ambizione “a 21 punti”, margini stretti

Dragani sottolinea che Washington prova a rientrare da regista, ma senza rinunciare alla sua dottrina di fondo: «nessuna annessione israeliana della Cisgiordania», cessate il fuoco negoziato e architettura di governance post-bellica a Gaza che escluda Hamas. Nelle parole del Generale, il perno è securitario: «le garanzie non possono essere slogan; devono funzionare sul terreno».
La traccia americana che sto valutando — con il rilascio degli ostaggi, cessate il fuoco permanente, graduale ritiro IDF e forza mista arabo-palestinese per la sicurezza — è coerente con l’assunto di Dragani: «ogni disegno politico privo di un dispositivo credibile di deterrenza e di controllo confini è destinato a implodere». Il punto dolente resta lo status finale: il Generale ricorda che «riconoscimenti frettolosi, senza condizionalità sulla smilitarizzazione, sono benzina sull’incendio».

2) L’Unione Europea: potenza umanitaria, debolezza strategica

Sulla UE, Dragani è netto: «l’Europa, quando parla con ventisette voci, risulta irrilevante». Anche qui i numeri (ponte aereo, aiuti, tonnellaggi) non bastano a colmare la lacuna politica: «senza una linea comune su tregua, sanzioni e riconoscimento, Bruxelles resta un grande donatore ma un piccolo attore strategico».
Il nodo, lo riassumo con le sue parole: «aiuti sì, ma la politica estera è ben altro». Finché il riconoscimento o le misure restrittive restano appese a maggioranze qualificate e veti incrociati, l’UE continuerà a reagire più che indirizzare.

3) Regno Unito e Francia: riconoscimento “politico” con clausole di sicurezza

Il riconoscimento britannico e quello francese si collocano, nella lettura di Dragani, dentro una diplomazia della percezione: «si prova a riaccendere la prospettiva dei due Stati, ma il rischio è confondere la mappa con il territorio».
Londra lega il passo a sanzioni mirate su Hamas e a un percorso di riforma dell’ANP; Parigi propone una Forza di stabilizzazione internazionale e fasi scandite (emergenza, governance/ricostruzione, negoziato politico). Dragani avverte: «senza smilitarizzazione verificabile e controllo dei confini (valle del Giordano, corridoi con l’Egitto), ogni road map resta carta».

4) Germania e Italia: due linee, una stessa esigenza

Berlino mantiene la postura di non riconoscere la Palestina prima di un’intesa negoziata. Per Dragani, è la variante più “realista”: «prima i meccanismi di sicurezza, poi gli atti simbolici».
Roma, invece, si muove su un binario condizionale: riconoscimento possibile solo con rilascio di tutti gli ostaggi ed esclusione di Hamas da ogni dinamica di governo. È, ancora una volta, il principio draganiano: «senza precondizioni chiare, il segnale politico viene divorato dalla realtà del conflitto».

5) La replica israeliana: sicurezza, non simboli

Dragani ricorda che «per Israele il 7 ottobre è un trauma fondativo» e che ogni mossa internazionale viene pesata sul piatto della prevedibilità del rischio. Da qui le richieste di smilitarizzazione, monitoraggio esterno e, in alcuni modelli, di “garanzie tipo Articolo 5” — formula che il Generale aveva già caldeggiato per l’Ucraina e che adatta concettualmente anche al fronte mediorientale: meccanismi automatici di risposta in caso di violazioni, sanzioni immediate su entità armate e sorveglianza multinazionale su valichi e corridoi.
Nelle sue parole: «un riconoscimento che non blindi la sicurezza israeliana equivale a un assegno in bianco al terrorismo di ritorno».

6) Hamas, Fratellanza e il “pragmatismo militante”

Sul versante palestinese, Dragani mette in guardia dal riduzionismo: «Hamas è insieme ideologia, rete sociale e braccio militare». La sua lettura converge con gli studi accademici: struttura plurale, catena di comando decentrata, consenso fluido alimentato dalla crisi umanitaria e dall’erosione di credibilità dell’ANP. Da qui l’avviso: «se non si riforma davvero l’Autorità Palestinese, si continuerà a delegare a un soggetto percepito come inetto il compito di sostituire un soggetto percepito come estremista».
Tradotto: governance prima degli atti notarili; sicurezza prima dei simboli.

7) Quale architettura praticabile? La “via Dragani” in tre assi

1. Sicurezza prima: «smilitarizzazione verificabile, controllo confini, forza terza con mandato chiaro e tempi».
2. Condizionalità intelligenti: «riconoscimento step-by-step legato a performance su sicurezza, riforme ANP, fine dell’incitamento».
3. Garanzie automatiche: «meccanismi pre-impegnati (sanzioni, interventi, interdizioni) per dissuadere violazioni e ricadute terroristiche».

In breve: «pace come processo di ingegneria della sicurezza, non come fotografia diplomatica».

Raccolgo il filo del Generale Dragani: «la pace non si costruisce con i proclami». Il riconoscimento può essere uno strumento, non il risultato. Se precede smilitarizzazione, riforma, garanzie, la percezione di progresso travolgerà la realtà del terreno. Se invece seguirà passi verificabili, potrà diventare ponte. E i ponti — lo ripeto con Dragani — «si costruiscono ascoltando tutti, nessuno escluso».

Stefano Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[f.v.]

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