14.09.2025 – 15:20 – Venerdì sera, poco dopo le 22.30, la nostra redazione ha dato in anteprima la notizia di un terribile incidente avvenuto in via Fabio Severo. Io stesso ero sul posto, pochi minuti dopo l’impatto. Ho visto i lampeggianti squarciare la notte, il traffico bloccato, i soccorritori piegati su quel corpo fragile che lottava già invano contro un destino segnato. Ho visto la disperazione muta di chi cercava di fare qualcosa sapendo che non c’era più nulla da fare. Si chiamava Marta Giannelli, aveva venticinque anni, ed era arrivata da Melzo, vicino a Milano, per dedicarsi alla ricerca scientifica all’Università di Trieste. Una vita spesa per la conoscenza, per il futuro. È stata spazzata via in un istante da una jeep che l’ha travolta e sbalzata per più di dieci metri. Non c’è stato tempo, non c’è stata possibilità di salvarla. Oggi è domenica. Due giorni dopo. Il dolore è ancora caldo, eppure la verità è già scritta: non cambierà nulla. Non cambieranno le nostre strade, non cambieranno i nostri comportamenti, non cambierà la frenesia con cui corriamo ogni giorno. Marta è l’ennesima vittima di un elenco che cresce, in silenzio e nell’indifferenza generale.
Perché non sono solo le istituzioni a non cambiare: siamo noi. Viviamo in una corsa continua, con l’illusione che arrivare un minuto prima conti più di fermarsi a vivere il presente. Non guardiamo più intorno a noi, non rallentiamo mai. E così, in un incrocio illuminato, in un attraversamento che dovrebbe essere sicuro, basta un attimo. Un passo di troppo, un’auto che non frena. E la vita si spezza. La tragedia di venerdì non è un caso isolato. I numeri parlano chiaro: a Trieste, nel 2024, si sono registrati 809 incidenti stradali in ambito urbano, con 8 morti. L’anno precedente erano stati 721, con 3 vittime. Un aumento netto, impressionante, che racconta meglio di qualsiasi parola la deriva che stiamo vivendo. Un fenomeno che non riguarda solo la nostra città, ma l’Italia intera.
Davanti a questi dati, c’è chi chiede un cambio di passo. L’Automobile Club di Trieste, per esempio, torna a proporre misure concrete: l’educazione stradale come materia obbligatoria nelle scuole, per formare cittadini consapevoli fin da bambini; campagne di sensibilizzazione rivolte a chi si muove a piedi, in auto, in bici o con i mezzi pubblici; un tavolo di lavoro permanente tra istituzioni, forze dell’ordine, scuole e associazioni; il monitoraggio costante delle dinamiche incidentali per individuare i punti critici della città e intervenire davvero, con decisione.
Sono idee di buon senso, necessarie, che da anni restano sulla carta. Perché il problema, in fondo, è che la sicurezza stradale viene affrontata solo sull’onda dell’emozione, come se fosse una questione di contingenza. Arriva la tragedia, ci indigniamo, ci stringiamo attorno a un nome e a un volto, e poi torniamo alla normalità. Alla corsa quotidiana, alla distrazione, all’indifferenza. Muore Marta, e con lei muore un pezzo di fiducia nella nostra capacità di cambiare. Ci resta il dolore, ci resta la rabbia. Ma la verità è che domani sarà già tutto come prima. Perché non basta piangere i morti. Bisogna fermarsi, rallentare, decidere che la vita – quella di Marta, la nostra, quella di chiunque attraversa una strada – vale più di tutto.
E invece continuiamo a correre. Sempre.
[f.v.]


