Geoingegneria polare? No, grazie. OGS sfata il mito di una soluzione ‘facile’

09.09.2025 – 13:21 – A fronte dei problemi climatici e del dissolvimento dei poli, non sono pochi gli scienziati che propongono azioni radicali: non più la raccolta differenziata sotto casa o il pannello solare sul tetto, ma operazioni sulla scala di un continente.
Si discute, in questo contesto, di geo ingegneria polare con riferimento agli interventi su larga scala pensati per contrastare o rallentare la fusione dei ghiacci in Artico o Antartide.
Secondo una nuova ricerca pubblicata dalla rivista Frontiers in Science, alla quale ha collaborato la glaciologa Florence Colleoni dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) di Trieste, questi interventi rischiano, come si suol dire, ‘di fare più che male che bene’. Vi è infatti il rischio di alterare equilibri già pesantemente compromessi.

La geoingegneria smontata pezzo per pezzo

Oltre 40 scienziati infatti concordato che i progetti di geo ingegneria attuali siano tutti piuttosto pericolosi tanto sotto il profilo ecologico quanto sociale. In particolare lo studio ha analizzato i cinque progetti più popolari: iniezioni di aerosol stratosferici (in inglese SAI – Stratospheric Aerosol Injection), barriere o tende sottomarine per deviare le correnti calde, ispessimento artificiale del ghiaccio marino, pompaggio e rimozione dell’acqua basale nei ghiacciai, e fertilizzazione oceanica.

Al di là dei costi a fronte di un’efficacia tutt’oggi sconosciuta e dei problemi giuridici legati a chi detiene il possesso dei Poli che, come è noto, sono di tutti, vi sono anche notevoli rischi ambientali. In particolare la geo ingegneria devasterebbe la biodiversità dei mari e causerebbe un assottigliamento dello strato di ozono. Non è inoltre scontato osservare come per molti questi progetti sostituiscano il taglio delle emissioni o in generale la transizione verde. Non a caso milionari e miliardari ne sono spesso entusiasti.

Il commento dei glaciologi

“Le intenzioni alla base di queste idee sono comprensibili, ma il rischio è che distolgano attenzione e risorse da ciò che sappiamo già funzionare: la riduzione delle emissioni di gas serra”, spiega Florence Colleoni. “Solo una decisa strategia di decarbonizzazione può realmente proteggere le aree polari e il pianeta”.

Gli autori ribadiscono che la neutralità climatica entro il 2050 rimane l’obiettivo fondamentale. Raggiungerlo significherebbe stabilizzare il riscaldamento globale entro pochi decenni, con benefici tangibili per le regioni polari e anche per il resto del mondo.

“Abbiamo ancora il tempo e gli strumenti per agire con successo”, conclude Martin Siegert, primo autore dello studio e professore all’Università di Exeter, “a patto di concentrare sforzi, risorse e competenze sulla riduzione delle emissioni, senza affidarci a soluzioni speculative e potenzialmente controproducenti”.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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