12.07.2025 – 10.13 – Ci stiamo abituando all’idea che l’ intelligenza artificiale “ ci conosca”. Ma forse, non ci rendiamo ancora conto di quanto. Ogni messaggio che scriviamo, ogni ricerca che facciamo, ogni preferenza che esprimiamo online…insomma, tutti i nostri dati vengono raccolti, e spesso, li offriamo all’IA senza nemmeno accorgercene. Intanto Meta inserisce la sua IA in WhatsApp, Microsoft licenzia e automatizza e i dispositivi Android si fanno ‘intelligenti’ con Gemini. Dietro tutto questo, un meccanismo invisibile e potentissimo converge verso un unico obbiettivo: i nostri dati. Anche quelli più privati.
Ma siamo davvero consapevoli di quello che sta accadendo? O stiamo firmando, inconsapevolmente, il via libera ad un controllo silenzioso ma sempre più pervasivo?
Di questo abbiamo discusso con con Alberto Bartoli, docente all’Università degli Studi di Trieste ed esperto in cybersecurity, che ci ha aiutato a fare chiarezza tra le tante ombre nascoste della questione.
Professor Bartoli, come utenti sappiamo esattamente come le Big Tech usano i nostri dati?
“No, il modo in cui vengono utilizzati in dettaglio non è noto. Le aziende danno descrizioni molto sintetiche e di alto livello nei termini di servizio. In generale, però, sappiamo che l’interesse nei nostri dati è oggi più alto che mai, soprattutto per addestrare i nuovi modelli di IA. Ogni nuova opportunità di raccolta viene capitalizzata.”
Quindi la crittografia end-to-end non è più una garanzia sufficiente?
“La crittografia protegge i dati in transito, ma se una app legge il contenuto prima di cifrarlo, è ovvio che la protezione viene meno. La questione vera è: quando accettiamo le condizioni d’uso nei termini del servizio, sappiamo davvero cosa stiamo autorizzando?”
Il GDPR e le normative allora? Non servono più?
“Le aziende big tech sanno molto bene come muoversi formalmente nel rispetto delle normative, ma spesso agiscono ai limiti dell’etica. Le normative come il GDPR sono importantissime, il problema fondamentale è la consapevolezza di noi utenti. Molti non
leggono i termini del servizio che specificano come saranno usati i nostri dati, altri non hanno gli strumenti per capire uno scenario oggettivamente complesso. Purtroppo quella che dovrebbe essere una scelta libera ed informata, spesso diventa una pura e semplice formalità.”
Ma quindi siamo davvero controllati?
“Il punto non è tanto la raccolta sistematica di dati sulla nostra vita quotidiana, perché di questo dovevamo accorgercene già da tempo. Il vero punto è che non c’è abbastanza consapevolezza. Oggi il tema della raccolta dati è diventato ancora più importante per addestrare i sistemi di IA, c’è quindi ancora più pressione economica per capitalizzare ogni opportunità di raccolta. Ad esempio, è notizia di questi giorni che se l’utente dà
l’approvazione allora l’assistente AI di Google può accedere ai contenuti dei nostri
messaggi Whatsapp. Una forma di accesso così intrusiva non era mai stata effettuata.
Ci sono differenze tra dati “privati” e professionali?
“Sì. Se parliamo di comunicazioni private, direi che in questo meccanismo ci siamo dentro ormai da tempo. Infatti, la quantità di dati raccolti è già di per sè enorme. I veri rischi che vedo arrivare con l’AI generativa sono di altra scala: disinformazione, perdita di pensiero e capacità critica, truffe sempre più sofisticate. L’AI non cambia tanto solo cosa viene raccolto, ma come viene usato.”
E i recenti licenziamenti in Microsoft? È un effetto collaterale dell’AI?
“Rispondere con certezza è molto difficile, io sono convinto di sì. Microsoft ha fatto investimenti giganteschi, ma non è ancora chiaro se – e come – quelle tecnologie potranno
davvero generare un ritorno economico. I licenziamenti sembrano una scelta strategica per dimostrare che, grazie all’AI, si possono ridurre i costi e aumentare la produttività. È
anche un modo per convincere i clienti: se noi risparmiamo grazie all’AI, potete farlo anche voi.”
In futuro ci sarà più consapevolezza?
“Difficile. L’uso di queste tecnologie è ormai pervasivo. A meno di sacche molto informate e critiche, la maggioranza degli utenti non è consapevole. E questo apre le porte a una raccolta massiva e continua, spesso “autorizzata” inconsapevolmente.”
[n.m]


