Caso Garlasco, diciotto anni dopo. Cosa ci dice ChatGPT?

24.05.2025 – 14.06 – È il 13 agosto 2007. In quella che pareva essere una normale e afosa giornata di agosto nel Nord Italia, un nuovo e brutale caso di cronaca nera ha bussato alle porte di Garlasco, una piccola cittadina in provincia di Pavia. Nella villetta di Via Pascoli 8 viene trovata morta Chiara Poggi, all’epoca studentessa ventiseienne. La scena del crimine è tanto sconvolgente quanto sconcertante: il corpo della giovane è riverso nella taverna, ai piedi delle scale, in una pozza di sangue. A ritrovarla, secondo il suo stesso racconto, è il fidanzato ventiquattrenne Alberto Stasi.

Nessun segno di effrazione, nessun sospetto esterno. Il giovane fidanzato della vittima dichiara di aver trovato la porta socchiusa e di aver immediatamente chiamato i soccorsi mentre si incamminava alla stazione dei Carabinieri più vicina. Fin dalle primissime ore dal ritrovamento del corpo, la scena del crimine viene compromessa: Stasi entra in casa senza copri scarpe e lo stesso fanno gli inquirenti. Le indagini si concentrano rapidamente su di lui e da quel giorno inizia una lunga e interminabile battaglia giudiziaria. Due rinvii a giudizio e due assoluzioni: una in primo grado nel 2009 e un’altra in appello nel 2011. Nel 2013 la Cassazione annulla tutto e ordina l’appello ad un nuovo processo che trova un’apparente finale nel 2015, quando arriva la condanna definitiva per Alberto Stasi: sedici anni di carcere per omicidio volontario. 

Più che prove schiaccianti, a condannare Stasi sarebbero stati una serie di sottili indizi: tra questi, il comportamento del giovane subito dopo il ritrovamento del cadavere di Chiara, una presunta incongruenza nella sua versione dei fatti, alcune analisi tecniche rinvenute sulle scarpe, sul computer e sui pedali della sua bicicletta. Insomma, di fatto nessuna prova oltre ogni ragionevole dubbio, ma un quadro indiziario tale da essere considerato valido dai giudici che hanno emesso la sentenza finale. Si tratta di un caso che ha diviso l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti, diventando oggetto di libri, programmi TV, documentari. Ma nel tempo, qualcosa è cambiato. 

Perchè ad oggi, a ben diciotto anni dai fatti, il caso Garlasco è tornato a scuotere prepotentemente l’attenzione dei media. In marzo la Procura di Pavia riapre ufficialmente l’inchiesta, a seguito di nuove analisi forensi che hanno potuto permettere ad un nuovo esame del materiale biologico con tecniche più avanzate rispetto all’epoca dell’omicidio. Ad alimentare il dibattito, anche un servizio de “Le iene” che propone la voce del tanto chiacchierato ‘super testimone’, alle quali si aggiungono le dichiarazioni shock di Fabrizio Corona nel suo format “Falsissimo”, nominando nuove prove, e soprattutto, nuovi coinvolti. Tra questi,  le gemelle Paola e Stefania Cappa (non indagate) ed Andrea Sempio, che ad oggi compare ufficialmente nel registro degli indagati. Dichiarazioni che non riportano degli effettivi riscontri formali in merito, ma che vengono ampiamente rilanciate e prese in considerazione dai media, alimentando ancora di più un dibattito che da settimane è al centro della ribalta nazionale. 

Impronte, tracce di DNA, nuove testimonianze. Un cerchio che sembra non chiudersi e che non ha – per il momento- portato ad una conclusione e spiegazione esaustiva dei fatti. A questo punto, abbiamo chiesto a ChatGPT di fare chiarezza. Non per giudicare, bensì per provare a spiegare e capire. Cosa può offrire l’intelligenza artificiale in un caso complicato e controverso come questo? Come analizza la vicenda? Ma soprattutto: se si dovesse ripartire da zero, come si sta d’altronde già facendo, come consiglierebbe di condurre oggi un indagine di caso di omicidio dopo diciotto anni? 

Dopo 18 anni, quali potrebbero essere le criticità di un’indagine come questa? 

I problemi principali sono la perdita o la contaminazione delle prove fisiche, il deterioramento della memoria dei testimoni, e il rischio di condizionamento mediatico. Tuttavia, le nuove tecnologie forensi, digitali e analitiche possono offrire strumenti molto più potenti rispetto al 2007.

Cosa proporresti da consulente per riaprire l’inchiesta in modo rigoroso? 

Proporrei: l‘analisi del DNA con tecnologie aggiornate (su tracce parziali, mista, degradate), la ricostruzione in 3D della scena del crimine per testare scenari alternativi, una rianalisi dei dati digitali (email, celle telefoniche, movimenti bancari), l’esame delle nuove testimonianze con analisi semantica e confronto narrativo, un cross-check tra atti processuali storici e nuovi dati.

Cosa ne pensi del ruolo dei medie e delle figure come Corona o i casi di inchiesta come quello de ‘Le Iene’ in questi casi?

La pressione mediatica può portare attenzione su casi dimenticati, ma può anche distorcere la percezione pubblica e influenzare testimoni, famiglie e persino magistrati. In mancanza di prove concrete, accuse pubbliche rischiano di creare più confusione che chiarezza.I mass media hanno un doppio volto: da una parte contribuiscono a mantenere viva l’attenzione su casi irrisolti, favorendo talvolta la riapertura delle indagini o l’emersione di nuove testimonianze. Dall’altra, possono creare un “processo parallelo” nell’opinione pubblica, condizionando testimoni, familiari e persino operatori della giustizia. Quando il clamore supera i fatti, la verità rischia di soccombere alla narrazione. La giustizia non dovrebbe mai seguire la logica dell’audience.

La nota impronta di Andrea Sempio ritrovata sul muro può davvero rappresentare una svolta nel caso Garlasco?

Potenzialmente sì, ma con cautela. Un’impronta palmare compatibile con Sempio sulla scena del crimine rappresenta un elemento fisico inedito che, se confermato con certezza scientifica e collocato temporalmente nel momento dell’omicidio, potrebbe riaprire completamente il quadro accusatorio. Tuttavia, la presenza di una traccia non implica automaticamente colpevolezza: bisogna contestualizzarla. Era lì prima del delitto? Era frequente ospite in quella casa? L’impronta da sola non basta, ma può essere un tassello importante in un mosaico più ampio.

E le gemelle Cappa, invece? Pensi sia possibile collocarle nella scena del crimine o sono solo giudizi infondati?

Ad oggi, non ci sono prove concrete che le colleghino alla scena del crimine. Le loro presunte implicazioni nascono più da speculazioni mediatiche che da elementi oggettivi. Senza nuovi riscontri – biologici o testimoniali – è scorretto inserirle tra i sospettati. Ogni pista va valutata, ma con rigore, non per suggestione.

Stando agli atti e da quanto raccontato, Alberto Stasi dovrebbe essere assolto?

Non posso e non devo emettere giudizi definitivi: il mio ruolo è quello di analizzare i dati, non di sostituirmi ai giudici. Detto ciò, gli atti processuali mostrano un’impostazione condannatoria basata su indizi, senza una prova diretta. In molti ordinamenti, questo non basterebbe per una condanna oltre ogni ragionevole dubbio. La domanda da porsi è: oggi, con le nuove tecnologie e conoscenze, si arriverebbe alla stessa conclusione? Una revisione processuale dovrebbe servire proprio a rispondere a questo, in modo trasparente e documentato.

Pensi siano stati fatti degli errori durante le indagini? Cosa andava fatto e non è stato fatto?

, gli errori nelle prime fasi dell’indagine ci sono stati, e sono documentati. La scena del crimine venne contaminata: sia Alberto Stasi sia gli inquirenti entrarono nella villetta senza adottare protocolli di conservazione delle prove, come l’uso dei copriscarpe. Questa leggerezza ha reso molto più difficile distinguere i reperti originari da quelli introdotti successivamente.Inoltre, alcune piste alternative furono scartate troppo rapidamente. Il focus precoce su un unico sospettato può ridurre la qualità dell’indagine, limitando l’ampiezza degli accertamenti. Anche l’analisi del DNA e dei reperti tecnologici (come il computer di Stasi) fu condotta con strumenti che oggi consideriamo superati, e alcune interpretazioni furono – a posteriori – quantomeno discutibili.

In un’indagine ideale si sarebbe dovuto: preservare la scena del crimine in modo rigoroso, intervistare tutti i possibili testimoni nelle prime ore, senza condizionamenti, conservare e catalogare ogni traccia biologica per future analisi, mantenere una visione investigativa aperta e multidirezionale. Col senno di poi, l’intero impianto accusatorio sembra appoggiarsi su una struttura fragile, proprio perché compromessa nelle fondamenta: le prime ore dopo un delitto sono cruciali, e in questo caso, sono state gestite con troppa approssimazione.

Si parla di impronte, tracce ematiche, alibi, dna, possibili colpevoli e non, ma mai del movente. Cosa ne pensi a riguardo?

È un punto cruciale. In ogni indagine per omicidio, il movente è uno degli elementi cardine: aiuta a dare senso alla dinamica, a costruire la logica del delitto. Nel caso Garlasco, invece, il movente è rimasto sempre in secondo piano, quasi evanescente.Nel processo contro Alberto Stasi non è mai emerso un motivo chiaro e convincente per cui avrebbe dovuto uccidere Chiara Poggi. Le ipotesi avanzate – discussioni di coppia, segreti personali, reazioni emotive – sono rimaste sul piano delle congetture. Nessuna prova solida, nessuna ricostruzione forte.

L’assenza di un movente non rende impossibile una condanna, ma la indebolisce. Perché, alla fine, un processo penale non dovrebbe solo accertare chi ha compiuto un atto, ma anche perché lo ha fatto. In questo caso, manca quel “perché” che dà coerenza alla verità giudiziaria.Inoltre, se si considera la possibilità che il vero colpevole non sia Stasi, allora diventa fondamentale chiedersi: chi avrebbe avuto un movente reale? Forse è proprio su questo fronte che le indagini future dovrebbero concentrarsi: cercare un legame logico e motivazionale, oltre a quello biologico o tecnico.

Con il materiale raccolto, cosa andrebbe fatto secondo te per risolvere il caso?

Per cercare di risolvere il caso Garlasco oggi, occorre un approccio metodico, integrato e scevro da pregiudizi. Ecco cosa consiglierei: la rianalisi delle prove biologiche con le più avanzate tecniche di genetica forense (DNA touch, analisi su tracce minime o miste, sequenziamento avanzato);un’ esame approfondito delle impronte latenti, comprese quelle non ancora identificate, con sistemi biometrici di ultima generazione; il riconfronto delle testimonianze attraverso tecniche di linguistica forense e analisi semantica per individuare incongruenze, cambiamenti nel tempo, o condizionamenti; una revisione investigativa multidisciplinare: un nuovo pool investigativo con esperti esterni, anche internazionali, senza legami con le indagini originarie.; l’analisi del comportamento e dei dispositivi digitali: riesame dei log informatici, tabulati, celle telefoniche, cronologia dispositivi.

Quanto alle probabilità di risolvere davvero il caso?

Direi che una soluzione completa e certa è difficile, ma non impossibile. Il successo dipenderà dalla qualità dei nuovi dati raccolti, dalla volontà istituzionale di seguire piste anche scomode, e da quanto le tecnologie attuali riusciranno a colmare i vuoti lasciati dagli errori del passato.Oggi siamo sicuramente più attrezzati di ieri. Se la giustizia riuscirà a camminare al fianco della scienza e non della pressione mediatica, allora – anche a 18 anni di distanza – potrebbe emergere una verità più solida di quella affermata nei tribunali.

[n.m]

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