11.04.2025 – 10:16 – Nel centro di Trieste, i cartelli “affittasi” e “vendesi” sono sempre più frequenti e le finestre chiuse aumentano. Una sensazione sottile, quasi impercettibile, ma che racconta qualcosa di strutturale: la città continua a incrementare il numero delle abitazioni, pur registrando una popolazione in calo costante. Secondo un’analisi della Fondazione Think Tank Nord Est, tra il 2013 e il 2023 la provincia di Trieste ha perso oltre 3.300 residenti. Tuttavia, nello stesso periodo, si sono aggiunte più di 2.500 nuove abitazioni. La discrepanza tra chi vive e ciò che viene costruito non è un’anomalia locale, ma un riflesso di un processo più ampio che riguarda tutto il Nordest. In Friuli Venezia Giulia, il saldo è ancora più evidente: quasi 30.000 residenti in meno, e oltre 15.000 unità abitative in più.
Ma a Trieste il dato assume una qualità particolare. Non si tratta solo di numeri: si tratta di un’architettura che si espande mentre l’utilizzo si contrae. Oggi, circa il 15% delle abitazioni triestine risulta non occupato. In parte si tratta di seconde case, spesso legate al turismo o a eredità familiari mai riconvertite. Ma una parte crescente del patrimonio è composta da immobili vuoti da anni: interi piani di palazzi centrali inutilizzati, appartamenti in attesa di ristrutturazione, alloggi non competitivi sul mercato.
Il dato interessante è che l’aumento delle abitazioni non è dettato da un’effettiva domanda abitativa. Piuttosto, è il frutto di una combinazione di fattori: piccoli interventi edilizi frammentati, trasformazioni interne, e una certa inerzia urbanistica che non ha ancora fatto i conti con la nuova geografia sociale della città. Trieste, come molte città italiane di fascia media, non cresce. Ma continua a produrre spazio abitativo come se lo facesse.
“La questione non è tanto il numero delle case, dichiara Antonio Simeoni, vicepresidente della Fondazione, quanto la loro qualità, accessibilità e utilità nel sistema economico locale.” È un punto cruciale, che chiama in causa non solo il mercato immobiliare, ma anche le politiche del lavoro, dell’attrattività e della coesione urbana.
In una città con un forte comparto scientifico, universitario e logistico, la disponibilità di alloggi adeguati può fare la differenza tra attrarre e perdere competenze. E oggi, paradossalmente, l’offerta c’è, ma è spesso inadeguata.
La Fondazione nella sua analisi propone un cambio di paradigma: abbandonare l’idea di espansione edilizia e puntare sulla rigenerazione dell’esistente. Le imprese, con adeguati incentivi, potrebbero ristrutturare immobili da destinare a lavoratori e collaboratori. Non si tratta solo di welfare aziendale, ma di una forma moderna di investimento territoriale.
Le aree semicentrali e collinari, da San Giovanni a Chiadino, mostrano una concentrazione significativa di edifici sottoutilizzati. Anche nelle zone più prossime al centro storico, l’offerta di alloggi sfitti coesiste con una domanda reale, ma frammentata: giovani in cerca di soluzioni temporanee, lavoratori pendolari, famiglie con budget limitati.
Qui si apre uno spazio strategico. Interventi mirati di riqualificazione potrebbero ridare funzione a ciò che già esiste, senza consumare nuovo suolo, senza alterare l’equilibrio urbano. Si tratta, in sostanza, di abitare meglio, non di abitare di più.
La sfida non è riempire ogni edificio, ma capire quali edifici possono ancora produrre valore. Valore sociale, economico, culturale. Per riuscirci, occorre una nuova alleanza tra pubblico, privato e territorio. E un cambio di sguardo: smettere di vedere le case vuote come sintomo di declino e iniziare a leggerle come risorsa in attesa di strategia.
[c.v.]


