08.04.2025 – 12:33 – Succede in città vecchia, nello specifico in Via Locchi, in una mattinata come tante, quando una pattuglia della Polizia Locale del Primo Distretto, impegnata nei consueti controlli sulle aree di sosta riservate alle persone con disabilità, nota un dettaglio che stona. Un’auto è parcheggiata in uno dei parcheggi riservati ai disabili ma il contrassegno esposto sul cruscotto è appena visibile, quasi nascosto da un panno. Gli agenti controllando si accorgono che il pass è intestato a una persona residente a Muggia e risulta scaduto nel 2024. Ma il dettaglio più significativo emerge poco dopo: dall’incrocio delle informazioni risulta che l’intestataria, madre del proprietario del veicolo, non c’è più. A quel punto scatta la procedura: viene richiesto l’intervento del carro attrezzi. Proprio mentre il mezzo si avvicina, compare l’automobilista. È il figlio del titolare del veicolo. Si giustifica con prontezza, quasi con un certo candore, dichiarando che è il contrassegno del padre e che lo stava utilizzando per andare a trovarlo.
Una spiegazione che, però, non regge. Il contrassegno per disabili non è una “carta jolly” da usare a discrezione dei parenti. Non è valido per fare commissioni, nemmeno nell’interesse diretto del titolare. Tantomeno per andare a trovarlo. Serve, e solo in sua presenza, a garantire un diritto sacrosanto: quello di muoversi, nonostante una disabilità.
Il risultato? Una sanzione da manuale: quasi 500 euro di multa e 10 punti in meno sulla patente. Nello specifico, 168 euro e 6 punti per uso improprio del contrassegno (art. 188 CdS), a cui si sommano altri 330 euro e 4 punti per la sosta indebita su uno spazio riservato (art. 158 CdS).
Non è solo una questione di legalità, ma di rispetto. I parcheggi riservati alle persone con disabilità non sono un privilegio, ma una necessità. Ogni abuso è un piccolo furto, non tanto contro le regole, ma contro la civiltà.
La Polizia Locale di Trieste, da tempo in prima linea su questo fronte, rinnova l’appello al rispetto.
[c.v.]


