11.04.2025 – 11:31 – In un’Italia celebre per la sua tradizione di solidarietà, la disponibilità a donare gli organi dopo la morte sembra vacillare. Nei primi tre mesi del 2025, oltre 950mila italiani si sono trovati davanti a una scelta che non ci si aspetta di fare tra lo sportello dell’anagrafe e una foto tessera. Alla domanda sulla donazione degli organi dopo la morte, il 40% ha risposto di no. Una quota in crescita (+3,4% rispetto al 2024), che segna il punto più alto degli ultimi dieci anni. Il resto ha detto sì (60,3%), ma il trend è chiaro: l’area del rifiuto si allarga, e in silenzio. Nessuna crisi, per ora. Ma una lenta, perdita, forse, della fiducia. Il Centro nazionale trapianti (Cnt), che coordina l’intero sistema, parla apertamente di segnale preoccupante. Perché se cala il consenso, calano anche le possibilità di vita per chi attende un organo. Non si tratta solo di percentuali: sono vite in attesa, operazioni rinviate, opportunità di guarigione che sfumano.
In Italia, dichiarare la propria volontà alla donazione è diventato semplice. Lo si può fare in tre modi: registrandosi all’AIDO, depositando una dichiarazione al medico di base, oppure, la modalità più usata, rispondendo al momento del rinnovo della carta d’identità elettronica. Una procedura introdotta nel 2015, che ha portato a oltre 22,3 milioni di dichiarazioni ufficiali, di cui 15,5 milioni favorevoli e 6,8 milioni contrarie. Ma proprio questa semplicità ha forse reso il gesto meccanico. Un sì o un no inserito in un flusso amministrativo, spesso senza reale consapevolezza. E quando il cittadino è chiamato a decidere in pochi secondi su una materia tanto delicata, è più facile che scelga la prudenza. Che dica no. O che non risponda.
La percentuale di astensioni, però, è in lieve calo: -0,6%. Il che suggerisce che la scelta viene fatta, sempre più spesso. Ed è proprio questo a rendere il trend attuale ancora più rilevante. Non ovunque la risposta è la stessa. Trento, ad esempio, conferma il suo primato tra le città con oltre 100mila abitanti: 73,6% di consensi, 22,4% di dinieghi. Un’anomalia positiva che si estende anche ai piccoli comuni del Trentino, come Cinte Tesino, o a Verceia (Sondrio), dove su 158 dichiarazioni, 138 sono sì, una sola è no.
In questi micro-territori la donazione non è vista come un’astrazione o un rischio, ma come parte del patto civile. La differenza sembra non risiedere tanto nella cultura sanitaria, quanto in un senso di prossimità: dove le comunità sono piccole e i rapporti umani fitti, il bisogno dell’altro appare più concreto. Altrove, però, la disponibilità cala. E non solo nel Mezzogiorno, come vorrebbe lo stereotipo. Anche in molte grandi città del Centro Nord si osserva una diffidenza crescente. Un sintomo, forse, della distanza culturale tra il cittadino e le istituzioni sanitarie. In Friuli Venezia Giulia però questa mancanza di fiducia si percepisce meno, nel 2023 infatti in regione sono stati effettuati 116 trapianti di organi solidi. La performance del 2023 aveva porta il tasso di trapianti in Friuli Venezia Giulia al valore di 97 interventi per milione di abitanti, un dato nettamente superiore alla media italiana.
Nel 2024, i consensi raccolti hanno permesso 4.602 trapianti: 2.031 reni, 1.691 fegati, 431 cuori, 174 polmoni, oltre ad altri più rari. Un solo donatore può salvare fino a sette vite, e addirittura nove se si impiegano tecniche come lo split epatico e la divisione dei polmoni. È una moltiplicazione silenziosa: un corpo che smette di vivere può farne respirare altri nove.
Ma non tutti possono donare. Solo in specifiche condizioni cliniche, di solito nei reparti di terapia intensiva, è possibile procedere. Il bacino potenziale è ristretto. Se al suo interno crescono i rifiuti, il sistema entra in affanno. Ogni “no” è un’assenza che si somma. Un trapianto che non si farà. Un nome che resta in lista d’attesa, mentre il tempo corre.
Dietro l’aumento delle opposizioni non c’è un’unica spiegazione. La sfiducia verso la sanità? Sicuramente pesa, in un contesto post-pandemico che ha lasciato cicatrici profonde. La mancanza di informazione? Probabile, soprattutto in fasce d’età e territori dove le campagne pubbliche non arrivano. C’è anche un fattore culturale: il corpo, considerato qualcosa di inviolabile, che va tutelato anche dopo la morte. Per altri, è solo la paura di essere “usati”, o il timore che il consenso alla donazione possa alterare il trattamento medico in punto di morte.
Sono riflessi profondi e proprio per questo la comunicazione pubblica deve evolvere. Non basta “informare”: serve una narrazione che parli di fiducia, non di numeri. La donazione degli organi resta una scelta personale, e tale deve rimanere. Ma è anche, in qualche misura, un indicatore di sistema. Un modo silenzioso ma eloquente, di misurare il rapporto tra cittadini e istituzioni. Tra individuo e comunità.
[c.v.]


