Italia, più longeva ma con una qualità sempre minore, lo svela lo studio coordinato dal Burlo Garofolo

01.04.2025 – 11:58 – L’Italia continua a distinguersi per una delle aspettative di vita più elevate al mondo, ma dietro il dato incoraggiante si cela una realtà più complessa: l’invecchiamento della popolazione si accompagna a un crescente peso delle malattie croniche, e le disuguaglianze regionali nel settore sanitario si fanno sempre più evidenti. A certificare questa tendenza è uno studio di portata nazionale pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista Lancet Public Health. Frutto dell’impegno dell’Italian Global Burden of Disease Initiative, lo studio è stato coordinato dall’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste e ha visto come prima autrice la dottoressa Giulia Zamagni e come autore senior il dottor Lorenzo Monasta, entrambi esperti dell’Epidemiologia Clinica e Ricerca sui Servizi Sanitari dell’istituto triestino. Lo studio si basa sui dati del Global Burden of Disease Study 2021, un’indagine su scala mondiale che misura in modo esaustivo lo stato di salute della popolazione. I ricercatori hanno analizzato l’andamento del benessere sanitario in Italia tra il 2000 e il 2021, evidenziando un miglioramento progressivo fino al 2019, poi bruscamente interrotto dalla pandemia di Covid-19.

L’aspettativa di vita alla nascita, cresciuta da 79,6 a 83,4 anni tra il 2000 e il 2019, ha subito un calo significativo nel 2020 (82,2 anni), con un leggero recupero nel 2021 (82,7 anni). Tuttavia, il vero punto critico è la qualità degli anni vissuti: l’aspettativa di vita in salute ha raggiunto i 70,9 anni, ma il numero di anni vissuti con disabilità è in costante aumento, trainato da patologie croniche come il diabete, le malattie mentali e neurodegenerative.

Tra i dati più preoccupanti, spicca il drastico incremento della mortalità da Alzheimer, aumentata di oltre il 50% dal 2000. L’invecchiamento della popolazione impone quindi una riflessione urgente su come garantire non solo una vita più lunga, ma anche più sana. La pandemia ha avuto un impatto devastante sulla salute degli italiani, non solo in termini di mortalità, ma anche sul piano della salute mentale. Tra il 2019 e il 2021, il numero di anni vissuti con disabilità a causa di ansia e depressione è aumentato fino al 20%, segnale inequivocabile delle conseguenze psicologiche del Covid-19. Ma lo studio mette in luce un aspetto ancora più delicato: le forti disuguaglianze sanitarie tra le regioni italiane.

Nonostante il Nord abbia una popolazione mediamente più anziana, gode di un’aspettativa di vita più alta e di migliori condizioni di salute. Il Sud e le Isole, invece, devono fare i conti con un sistema sanitario più fragile e una minore capacità di risposta ai bisogni della popolazione. L’accesso alle cure risulta più difficile, e le famiglie hanno meno possibilità di ricorrere alla sanità privata per compensare le carenze del Servizio Sanitario Nazionale.

“Questi risultati dimostrano che l’Italia vanta un’aspettativa di vita elevata, ma vivere a lungo non significa necessariamente vivere bene» commenta Giulia Zamagni, prima autrice dello studio. «La principale sfida per il nostro Paese è ridurre le disuguaglianze sanitarie tra le diverse aree, garantendo a tutti un invecchiamento sano e di qualità”.

Il dottor Lorenzo Monasta, coordinatore nazionale della Italian GBD Initiative, sottolinea invece un altro aspetto cruciale: “Il peso dell’invecchiamento della popolazione si fa sentire soprattutto nelle regioni del Nord, come Liguria e Friuli Venezia Giulia. Tuttavia, nel Sud e nelle Isole, il carico di malattia grava sull’intera popolazione, che, pur essendo mediamente più giovane, è più esposta a fattori di rischio comportamentali e a minori opportunità di accesso ai servizi sanitari”.

Lo studio lancia un messaggio chiaro: per affrontare le sfide sanitarie del futuro, l’Italia deve investire in riforme strutturali. Potenziare le infrastrutture sanitarie, soprattutto nelle aree più svantaggiate, e rafforzare la prevenzione delle malattie croniche sono passi indispensabili.

Ma c’è un’altra priorità che non può più essere ignorata: la salute mentale. L’aumento dei disturbi psicologici post-pandemia impone di considerare la cura della mente allo stesso livello di quella del corpo.

[c.v.]

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