Edilizia popolare, ATER Trieste e Regione a Vienna. In cerca di modelli di rilancio urbano con LORENZAteliers

29.04.2025 – 07.01 – Trieste come Vienna? Mira a replicare alcune tecniche di edilizia sociale e rigenerazione urbana applicate con successo nella città più vivibile al mondo la nuova delegazione mista di ATER Trieste col presidente Daniele Mosetti e della Regione Friuli Venezia Giulia con l’assessore alle Infrastrutture e territorio Cristina Amirante la quale visiterà tra il 12 e il 15 maggio la capitale dell’Austria. Trieste vive da tempo una cronica crisi abitativa, ora esacerbata dal turismo di massa; le liste d’attesa sono lunghe, gli affitti alti e la qualità abitativa bassa. Tutto il contrario di quanto avviene invece nella vecchia capitale dell’impero dove l’esperienza della “Vienna Rossa” del primo dopoguerra ha poi negli ultimi decenni aperto la strada a convincenti programmi di edilizia sociale.
Non a caso la delegazione ATER-Regione verrà guidata, nel corso del viaggio, dallo StudioLORENZAteliers“, tramite la guida degli architetti Giulia Decorti e Peter Lorenz.
Tra i luoghi in visita ATER segnala i quattro gasometri del quartiere del Simmering, sintomatici di un recupero ritenuto per decenni dagli stessi viennesi impossibile; e poi casi recenti di edilizia sociale con nuovi modelli di case studentesche e una generale idea di abitazione sociale che non rinuncia alla bellezza estetica o all’intrattenimento.

Ma quali sono le differenze tra i gasometri viennesi e quelli triestini? Nel caso del Broletto “il gasometro nasce in un contesto urbano portuale di scala regionale – spiegano gli architetti dello studio, Decorti e Lorenz – Serviva principalmente il fabbisogno cittadino e quello del porto commerciale, fulcro dell’economia triestina nell’epoca austro-ungarica. La sua dimensione e la sua importanza erano quindi limitate rispetto al panorama imperiale. Il complesso, oggi in parte abbandonato, ha visto negli anni solo tentativi frammentari di recupero, senza un vero progetto di rigenerazione urbanistica integrata che tenga conto di tutto il contesto limitrofo”.

Discorso diverso invece per Vienna; qui i gasometri “costruiti a cavallo tra il XIX e il XX secolo (1896 e 1899) servivano una metropoli che contava già più di un milione di abitanti e si trovava in forte crescita demografica (nel 1910 2.031.000 abitanti) ed erano parte di un’infrastruttura strategica per l’intero impero. A differenza di Trieste, Vienna ha investito molto nel riuso di questi manufatti: all’inizio degli anni duemila, i gasometri sono stati completamente riconvertiti in residenze, spazi commerciali e culturali, attraverso un piano urbanistico coordinato e firmato da architetti di fama internazionale.
Questa differenza riflette la capacità – o meno – di integrare il patrimonio industriale in strategie di sviluppo contemporaneo” concludono Decorti e Lorenz.

Le differenze si accentuano quando si guarda all’edilizia popolare triestina e viennese; nonostante infatti il comune sostrato imperiale “le loro strade si sono poi divise profondamente”.
Decorti e Lorenz spiegano che “Vienna ha saputo sviluppare una politica abitativa ambiziosa e continua, diventando un modello internazionale. Il momento d’oro fu negli anni Venti, durante la ‘Vienna rossa’, con la costruzione di grandi complessi come il Karl-Marx-Hof, ancora oggi simboli di qualità, dignità e innovazione nell’abitare sociale. La città prosegue tuttora su questa strada, costruendo interi quartieri pensati per il benessere collettivo, con attenzione alla sostenibilità e alla qualità architettonica…”.

Sviluppo invece profondamente diverso nel caso di Trieste: “Dopo una prima fase di edilizia popolare legata alla crescita del porto nel XIX secolo (le prime società di edilizia popolare a Trieste sorsero nella seconda metà del XIX secolo, precisamente a partire dagli anni 1870. La crescita della città portò a una carenza di abitazioni e a condizioni di vita talvolta precarie, spingendo a iniziative per un alloggio migliore e più accessibile. Un attore importante e precoce fu, ad esempio, la “Società Triestina di Edilizia Economica-Popolare” (STEEP), fondata ufficialmente nel 1904), la città visse alterne vicende: qualche intervento significativo come a San Giacomo o al Quadrivio di Roiano, poi l’edilizia razionalista del periodo fascista e infine, nel dopoguerra, grandi complessi come Rozzol Melara. Tuttavia, i limiti economici, i cambi politici e una cultura dell’abitare più emergenziale che progettuale hanno spesso frenato una crescita organica dell’edilizia pubblica. Dagli anni ’80 in avanti, l’attenzione si è spostata più sulla riqualificazione dell’esistente che su nuove costruzioni.
In sintesi, mentre Vienna ha fatto dell’abitare sociale un motivo di orgoglio e innovazione, a Trieste l’edilizia popolare è rimasta legata più alla gestione di crisi abitative che a una visione urbana di lungo periodo” concludono gli architetti.

La differenza in questo caso si esplicita anche nella diversa concezione di edilizia sociale; infatti “A Vienna, l’innovazione si esprime in una varietà di progetti che vanno oltre la semplice funzione abitativa, integrando spazi comuni pensati per il benessere e la socializzazione. Ogni progetto tende a rispondere a specifiche esigenze della comunità, con soluzioni come piscine sul tetto, urban gardening, palestre, asili integrati, spazi condivisi, etc. che favoriscono l’integrazione e la coesione sociale. Questi interventi sono pensati per migliorare la qualità della vita dei residenti, offrendo ambienti che vanno oltre l’abitare, promuovendo la sostenibilità e la vita collettiva”.

I dati, ripetuti ogni anno, sulla “città più vivibile del mondo”, andrebbero posti in relazione con quest’impegno, sostenuto anche e soprattutto a livello di fondi, nell’edilizia pubblica: “Vienna è considerata a livello internazionale una città con una qualità della vita particolarmente elevata – spiegano Decorti e Lorenz – Un fattore fondamentale di questo è l’alto tasso di edilizia pubblica e comunale: circa il 60% della popolazione viennese vive in abitazioni che sono state interamente o parzialmente finanziate pubblicamente (ad esempio, case comunali, appartamenti in cooperative). L’edilizia pubblica garantisce affitti accessibili, una mescolanza sociale (persone ricche e povere spesso vivono nello stesso edificio o quartiere) e una elevata qualità edilizia (buona infrastruttura, spazi verdi, collegamenti)”.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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