Brain rot e scrolling infinito. La diagnosi collettiva del nostro tempo

10.04.2025 – 13:15 – C’è qualcosa di stranamente familiare in quel gesto automatico con cui scorriamo il dito sullo schermo. Una carezza stanca, sempre uguale, meccanica. Scrollare. In apparenza un verbo innocuo, quasi banale. Ma dietro quel movimento c’è una mutazione silenziosa che ci riguarda tutti. Si chiama brain rot, letteralmente “marcescenza del cervello“, ed è la parola dell’anno secondo la Oxford University Press. Un termine che suona come una sentenza e che racconta più di mille editoriali su chi stiamo diventando. Non è l’ennesima crociata contro i social né un sermone moralista. È un segnale d’allarme, e questa volta a suonarlo non sono gli adulti preoccupati ma i ragazzi stessi: nativi digitali che iniziano a intuire che qualcosa, là dentro, si sta consumando. Memoria che vacilla, attenzione che crolla, noia cronica anche a fronte di uno stimolo continuo.

La dinamica è semplice quanto inquietante. Le piattaforme hanno perfezionato lo scrolling infinito, un sistema che elimina la fine del contenuto: si scorre, e poi si scorre ancora, e poi ancora. Non c’è mai un punto fermo, solo una valanga di stimoli a basso costo attentamente calibrati per premiare la pigrizia cognitiva. Meme, reaction, video da dieci secondi, flash di vita altrui. Lì dove un tempo c’erano libri, conversazioni, domande, ora c’è solo un flusso anestetico.

Il nostro cervello, però, non è nato per questo. Secondo i rapporti dell’Istituto Superiore di Sanità, la sovraesposizione a questi contenuti compromette la produzione di dopamina in modo disfunzionale, altera il ritmo sonno-veglia (il cosiddetto “vamping”) e può ridurre persino la materia grigia. Altro che sciocchezze da boomer: qui si parla di neuroplasticità, sviluppo cerebrale, identità cognitiva.

Qualcuno, nel mondo, ha deciso di alzare l’asticella. L’Australia ha approvato una legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 16 anni.  Il problema, però, non si risolve con i divieti. Perché la vera questione non è solo l’età di accesso, ma il modo in cui la mente si adatta (o meglio, si disintegra) in presenza di certi ambienti digitali. Non bastano i filtri. Serve un’alfabetizzazione affettiva e cognitiva. Serve tempo. Serve un pensiero lungo.

Nonostante tutto, è proprio dai giovani che arriva uno spiraglio. L’utilizzo del termine brain rot” è aumentato del 230% in un solo anno. Su TikTok, molti ragazzi raccontano la propria dipendenza con ironia amara e lucidità spiazzante. Sanno di essere dipendenti. E accorgersene è sicuramente il primo passo per uscirne.

E gli adulti? Stessa cosa. Inseguono le stesse notifiche, gli stessi feed, con la differenza che non hanno più nemmeno “l’alibi” dell’età. Una generazione, quella degli adulti, cresciuta con l’idea che il sapere fosse fatica, lettura, sintesi. E ora, nel tempo libero, anche loro con il pollice ipnotico.

Uscirne non è semplice, né immediato. Ma si può cominciare con gesti minimi: una zona “smartphone free” a casa, una passeggiata senza cuffie, un’ora senza schermi prima di dormire. Non per demonizzare la tecnologia, ma per ricordarci che il cervello ha bisogno di pause, di silenzio, di profondità. Che la connessione non è solo una questione di Wi-Fi, ma di presenza mentale.

Alla fine, la domanda è semplice: siamo ancora capaci di annoiarci? Di resistere senza uno stimolo, senza una notifica, senza una piccola dose di dopamina? Se la risposta è no, forse il brain rot non è solo una parola dell’anno. È una diagnosi collettiva. E il tempo per reagire non è infinito. Proprio come lo scrolling, anche la nostra attenzione ha un limite. Il problema è accorgersene prima che sia troppo tardi.

[c.v.]

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