La Civiltà ‘in movimento’ delle Alpi del Friuli Venezia Giulia, ecco i Musei che la raccontano

05.01.2025 – 09.30 – La popolarità delle Alpi della Regione Friuli Venezia Giulia induce a sottovalutare quale civiltà si sia sviluppata su quei monti: si sfreccia sulle piste da sci, si fotografa paesaggi (in)contaminati, ma non ci si interroga su come quei luoghi siano stati abitati per secoli, connotando in profondità il Friuli Occidentale.
Oggigiorno, all’interno di un rinnovato impulso verso il turismo ‘lento’, si sta cercando di promuovere anche la cultura materiale delle valli Alpine del Friuli Venezia Giulia. Andando al di là dei prodotti tipici e delle chincaglierie da turisti c’è infatti un ampio e variegato insieme di piccoli musei etnografici che ricordano modi di vivere e strumenti della civiltà Alpina e del Friuli contadino, ‘rurale’.
Secondi solo dopo gli Etruschi, furono i Romani i primi a stabilire empori e piccoli centri abitati nelle Alpi, consapevoli di come fossero uno snodo fondamentale per le merci e i viaggiatori dell’antichità: cittadine quali Gemona, Resiutta e Camporosso non a caso sorgono in località strategiche funzionando quali dogane e bazar. I ritrovamenti archeologici hanno confermato questa vocazione: anfore dall’Istria a Moggio, tracce di tabernae e cioè locande di ristoro in tutto il Friuli e, va da sé, monete romane, greche, persino oro bianco da Hallstatt. In epoca medievale la parcellizzazione feudale non impedì questo scambio continuo tra Carinzia, Slovenia e Friuli: anzi i signori locali – un esempio classico sono i Bamberga che gestivano il Tarvisiano – avevano case d’affari nelle città friulane e diritti sulle valli alpine, spesso richiamando a sé o mandando nelle Alpi i propri lavoratori. I pecorai ad esempio che lavoravano in montagna, nei mesi invernali, venivano ri assunti quali casari o macellai nei propri possedimenti.
Quest’immagine dei popoli alpini ‘in movimento’ proseguì tanto sotto Venezia, quanto sotto l’impero austriaco: ad esempio ancora nel tardo settecento le genti della Val Resia acquistavano merci a Trieste per rivenderle in Tirolo, Carinzia e Croazia; e giunti in queste terre comperavano a propria volta ingenti quantità di tabacco che poi contrabbandavano attraverso le proprie valli nella penisola italiana. Le Alpi assumono, in questo contesto, la funzione di un filtro: siamo lontani dalla barriera geografica – impenetrabile e costellata di trincee – caratteristica della prima guerra mondiale.

Ma quali sono i Musei che raccontano questa storia? A Tolmezzo il Museo Carnico delle arti popolari ‘Michele Gortani‘ illustra bene gli aspetti della vita in Carnia dal 1500 al 1800: armadi e cassepanche intagliati, le botteghe degli artigiani e l’immancabile cucina col “fogolâr”. A Forni Avoltri è presente la collezione etnografica ‘Cemuot chi erin‘, ovvero ‘Come eravamo’. Il Museo delinea, utilizzando anche alcuni pupazzi vestiti con abiti tradizionali, la vita dei ‘fornesi’ dal 1800 fino alla seconda guerra mondiale. A Prato Carnico c’è invece la Casa Bruseschi: un edificio storico dove sono stati conservati gli arredi e gli strumenti della vita in Carnia di una tipica famiglia facoltosa pesarina. Ormai con alle spalle le montagne incombenti visitiamo il Centro Etnografico‘s Haus van der Zahre: un bell’involucro di legno contiene sette secoli di vita quotidiana nella valle dei Lumiei. Pesanti, in questo caso, le influenze austriache, in particolare carinziane. Infine, a Sappada, è presente una Casa-Museo della Civiltà Contadina denominata Puicher s’Kottlars Haus/Schtol che conserva ancora l’intero assetto di una casa ottocentesca dell’epoca, con stalla, fienile e orto.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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