18.01.2025 – 07.01 – La ricerca di nuove risorse, per quanto piccole e limitate, sta riaprendo possibilità che, fino a pochi decenni fa, sarebbero risultate impensabili: dalla riapertura delle miniere in Italia alla ricerca di giacimenti di gas naturale al largo delle coste italiane. Eppure tutto ciò non dovrebbe sorprendere, perché la stessa provincia di Trieste è stata oggetto, fino a pochi decenni fa, di progetti industriali in luoghi di solito associati con la natura. Fu, ad esempio, la Lista per Trieste capitanata da Manlio Cecovini a sventare il progetto di installare nel Carso, all’interno di una collaborazione con la Jugoslavia, industrie a piccola-media intensità. Lo scontro fu all’epoca durissimo, la Lista accusata di gettare via una possibilità di sviluppo e occupazione del territorio. Ma fu d’altronde l’ultima ‘spinta’ di questo genere nel 1980, prima che la generale sensibilità locale vietasse simili progetti sull’altopiano carsico. Guardando allora agli esempi pregressi non deve affatto sorprendere come, negli anni Cinquanta del novecento, si valutasse con serietà se il Carso potesse avere o meno giacimenti di petrolio da sfruttare. Ne scrive, con un piglio ‘slataperiano’, un anonimo cronista de Il Piccolo, il 25 ottobre 1958.
Il progetto era stato ideato dall’ingegnere geologo Mario Felici e dal perito industriale Giuseppe Tosoni, per passione rabdomante. I colleghi in affari, entrambi con residenza a Udine, avevano alle spalle un’esperienza nel campo della geologia e delle estrazioni di oro nero. In particolare Tosoni aveva scoperto la radioattività delle acque nel sottosuolo della Carnia, oltre ad aver localizzato diversi giacimenti sul territorio italiano. Egli si considerava inoltre un abile rabdomante. L’ingegnere Mario Felici aveva invece accumulato quasi cinquant’anni di esperienza nel campo minerario, spaziando dall’Istria all’Argentina.
Il cronista descrisse i loro studi come “quando di più… minerario e sotterraneo si possa immaginare: torri di libri, grafici alle pareti, minerali in ordine parso su ogni possibile piano d’appoggio, carte topografiche tormentate da segni d’ogni colore; quello insomma che si usa definire un disordine organico”.
Tosoni e Felici erano intenti a cercare giacimenti di bauxite in Carso, sulla scia di quanto avevano già compiuto in Istria, quando Tosoni aveva avuto la ‘percezione’ di sentire il petrolio. L’ingegnere Felici aveva, in una fase successiva, analizzato le rocce dove Tosoni affermava di ‘percepire’ il petrolio, rilevando che erano “rocce nummulitiche, fisionomia molto tormentata, sconnessa da profondi ed estesi strappi tettonici, da carreggiamenti e subissamenti”. Pertanto “si può […] pensare assai favorevolmente circa l’esistenza di un orizzonte utile petrolifero; continuazione probabile di quello compreso nelle assise petrografiche profonde della geosinclinale ‘padana’ e che si estende verso Est, sottopassando la grande fossa occupata dal mar Adriatico e rimanifestandosi nell’Erzegovina e nella Lika orientale”. Del resto “verso Nord di Sistiana non mancano, in estese masse, le rocce nummulitiche e quelle calcari con radioliti e nerinee, formazioni litologiche che vennero sempre riscontrare come aventi un nesso geogenetico con molti degli orizzonti petroliferi della terra, riconosciuti utili industrialmente”.
Il giornalista dell’epoca, dopo una simile sfilza di termini, già boccheggiava; però riuscì ad estrarre qualche informazione concreta dal duo. Innanzitutto le due zone individuate afferivano a un’ellisse dalla massima circonferenza di 1700 metri presente tra Sistiana, Visogliano e Slivia e ad un’altra zona nella pineta a picco sul mare tra la baia di Sistiana e il castello di Duino. La pietra di paragone era, per il perito e l’ingegnere, la presenza di petrolio nelle isole del Veneto e in Dalmazia; inoltre erano convinti vi fossero giacimenti anche nella zona dell’ex litorale austriaco, dalla foce del Timavo al sud est. Le trivellazioni erano previste dai 1800 ai 2000 metri onde avere un ‘saggio’ della presenza o meno di petrolio. Il costo? Venti milioni. Tuttavia il progetto non fu più recuperato, negli anni successivi; forse le trivellazioni non scoprirono gli idrocarburi, forse non si ottennero fondi a sufficienza per i carotaggi iniziali.
Colpisce però, in quest’analisi, l’entusiasmo del giornalista che già si affannava ad immaginare un Carso nuovo ‘Texas’ d’Italia, affollato di pozzi e raffinerie. Un pensiero lontano, ma non così straniante: nel 2022, a seguito del blocco delle forniture del gas da parte della Russia, era stata valutata con assoluta serietà se trivellare o meno il Friuli e l’Isontino alla ricerca di depositi di gas naturale, specie nel Medio Friuli.
[z.s.]


