‘Patoco ma non troppo’. Come ti insegno il triestino con Edda Vidiz

20.10.24 – 08:00 – Per Edda Vidiz, il dialetto triestino è una cosa seria. La scrittrice, sceneggiatrice, storiografa e regista, ha fatto del vernacolo locale una “lingua madre” a tutti gli effetti, una parlata unica che accomuna chi abita Trieste in un intreccio di culture e tradizioni che, per quanto diverse, ruotano attorno ad un unico centro.
Se in molti si trasformano nel tipico esemplare di triestino “patoco“, altri invece, nella fattispecie le nuove generazioni, sono ad un passo dal perdere la conoscenza e l’uso del triestino inteso come valore identitario e radice culturale, una radice che – come la stessa Vidiz ritiene – col tempo diventa sempre più secca e arida, e si ritrova a combattere la crescente amnesia linguistica che coglie impreparati nel conoscere oggi certi termini “arcaici”, in realtà solo dimenticati.

“Che cosa dovrebbe rappresentare il dialetto triestino per gli abitanti del capoluogo?”

“Il nostro dialetto rappresenta la nostra identità, non importa se “nati dai refoli de Bora”, “patochi de nassita” o “de cor”; chi vive a Trieste è accomunato da questo lemma fatto da un labirinto di espressioni, e può essere al contempo un cittadino del globo e di Trieste stessa. Per me, sarebbe poesia poter sentire “mi son triestin!” detto con orgoglio e consapevolezza di ciò che rappresenta, pressoché parte integrale del DNA”.

“La storia di Trieste continua a vivere anche nel presente o rischia di cadere nel dimenticatoio?”

“L’utilizzo del dialetto è strettamente collegato alla Storia di Trieste, che ha visto sopra di sé sette bandiere diverse. Coltivare la lingua triestina deve essere la nostra arma per affrontare il futuro, poiché guardare al passato è uno strumento utile per andare incontro a ciò che sarà – spiega la Vidiz – Trieste si presenta come una Caput Adriae, come il luogo in cui “nasce l’Adriatico”, a prova del suo passato di cultura e tradizioni diverse. E i nostri giovani devono esserne al corrente”.

“Insiste molto sulle nuove generazioni. Cosa si potrebbe fare per renderli ‘triestini attivi’?”

“Io non la reputo una battaglia persa, anzi. Non a caso, il mio ultimo libro, “Dove nasce l’Adriatico e la Preistoria si fa Storia“, ho pensato soprattutto a loro. È un’antologia concepita come un nuovo metodo di apprendimento basato sull’edutainment, sull’intrattenimento educativo così da rendere lo studio del dialetto un’attività ludica e fatta con leggerezza. “S’impara ridendo“, divertendosi si ricorda di più “.

“Proporrebbe delle lezioni di triestino a scuola?”

“Assolutamente sì, servirebbero dei corsi che si basino proprio su questo “divertimento didattico”. Mantenere la memoria del dialetto e soprattutto il suo uso è estremamente importante, altrimenti esso si perderà sia come lingua che come identità – conferma la scrittrice autoctona – Non è un mistero, poi, che il personaggio triestino apprezzi maggiormente ciò che proviene dall’esterno rispetto a ciò che già possiede in casa propria. Per dirla come la Costantinides, “i triestini sono dei cannibali”, consumano ciò che hanno senza mantenerlo in vita”.

“Nella sua bibliografia compaiono anche dei volumi di cucina. La gastronomia è anch’essa testimone del passato?”

“La cucina è cultura e tradizione. Nello specifico, quella triestina si sviluppa a partire dal Congresso di Vienna – a cui la Vidiz ha dedicato una raccolta di 5 volumi dal titolo “L’Imperial Regia Cucina di Trieste”, 2027-2018 – e rispecchia in seguito la moltitudine dei popoli che l’hanno abitata. Nel mio zibaldone di “Abecè” parlo delle ricette di mia madre Rosetta, semplici ed economiche ma pregne di significato”.

“Quale pietanza consiglierebbe ad un turista?”

“So che è molto apprezzato il Kaiserschmarren, un dolce di origine austriaca, letteralmente “frittata dolce dell’imperatore”, svela la scrittrice nostrana.
E se lo dice Edda Vidiz, c’è da fidarsi.

La Vidiz, oltre ad essere la prima donna ad aver realizzato dei dizionari di italiano-triestino (uno fra tutti “Abecè per rasentar el talian int’el Rosandra“, 2010), corredato di racconti, poesie, proverbi e ricette, è fondatrice dell’Associazione ‘Tredici Casade APS’. Promotrice a spada tratta della cultura triestina, possiede alle spalle una formazione newyorkese alla Columbia e alla New York University, per trent’anni collaboratrice organizzativa e amministrativa del professor Paolo Budinich e del premio Nobel Abdus Salam, nonché prima donna a far parte del team del Centro di Fisica di Trieste sotto la guida di quest’ultimo.

[e.s.]

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