26.10.2024 – 07.01 – Appare difficile tracciare una storia delle costruzioni degli Alleati durante il periodo dell’amministrazione del GMA: l’esigenza di fornire lavoro e infrastrutture basilari a seguito dei bombardamenti del 1944-45 portò a un’enfasi sull’industria e sulla risistemazione di ponti e strade con un’interesse minore verso manufatti che potremmo definire ‘belli’. Un’eccezione importante è il Villaggio del Fanciullo, presso via Conconello 16. A seguito di una missione volta a sensibilizzare gli statunitensi sulla causa di Trieste, il sacerdote triestino Mario Shirza conobbe nel 1948 gli istituti educativi americani e ne rimase affascinato. Quando rientrò a Trieste propose di costruire anche nella città natale un “Villaggio del fanciullo” dove fornire asilo e lavoro a orfani e profughi di guerra. Il modello era quello della ‘Boys Town‘ (Città dei ragazzi) fondata da padre Flanagan ad Omaha e poi imitato in Italia specie a Roma e nel sud. Un comitato di cittadini, guidato da Shirza e dal sacerdote salesiano Teseo Furlani, fu il primo ente a favore; si aggiunse poi lo stato italiano e l’Ordine di Malta. Quest’ultimo, garantendo il patronato, permise di legalizzare il progetto: il GMA infatti non avrebbe altrimenti autorizzato l’operazione non essendo l’Opera Villaggio del fanciullo un ente riconosciuto. I piani originari prevedevano l’utilizzo del Ferdinandeo; ci si spostò poi a Opicina, vicino al (nuovo, all’epoca) confine. Il nucleo, nel 1949, era la vecchia Villa Motka e due casette costruite dal GMA.
Il presidente del Villaggio, mons. Costante Sieff, ricordava in una pubblicazione del 1964 sulla Rivista della città di Trieste, i primi fogli identificativi per gli orfani accolti nel Villaggio: ad esempio “per tre anni smemorato e tardo, a causa della guerra che gli ha tolto il babbo e lo ha travolto, durante un bombardamento aereo, sotto le macerie della sua casa”; oppure “due anni fa segnalato per vagabondaggio, oggi segnalato dalla Direzione Didattica come primo della classe”; e ancora “Una sera fosca, una sventagliata di mitra su tutta la famiglia. Papà abbattuto. Egli ha i polmoni trapassati, tutti e due. Si salva e ora mostra le cicatrici…”.
Il progetto onde costruire il Villaggio di per sé risale al 21 ottobre 1950, quando il Comune approvò una serie di edifici. Il primo di questi fu la mensa, ispirata dalle opere dell’architetto Wright. L’incaricato Marcello D’Olivo pianificò un edificio a più piani, simile ad una piramide tronca: l’estrema luminosità si coniuga con forme taglienti; lo studioso Ferruccio Lupi lo paragonava a una gigantesca roccia carsica. Sotto il profilo architettonico l’edificio, nonostante le forti critiche, aveva l’importante merito di fuoriuscire dall’ormai ‘vecchio’ razionalismo degli anni Trenta.
I lavori successivi si collocarono negli ultimi anni del GMA e prevedevano il municipio, la chiesa e le case d’abitazione. Nel 1954, dopo diversi cambi costruttivi dovuti al passaggio di Trieste all’Italia e dal conseguente ritiro dei fondi governativi dal capoluogo (non vi era più necessità che l’Italia sostenesse Trieste), si procedette a realizzare il padiglione centrale su pianta triangolare, con due grandi ali. La prima viene utilizzata per i dormitori; la seconda, con le aule esagonali, per le lezioni. Nel 1956, a seguito del completamento dei lavori, risulteranno esservi nel Villaggio otto edifici: una vivace ‘Boys Town’.
Allo stadio attuale il Villaggio del Fanciullo viene utilizzato dal 2016 dal Civiform di Cividale del Friuli che continua le attività di formazione e introduzione al mondo del lavoro. Colpisce come sia tra le poche strutture, a fronte dell’urbanizzazione crescente, che sia rimasta ancora nel verde del Carso, ‘nella natura’.
[z.s.]


