Fuoricampo, storie di sport. Il ring, le sfide interiori e le paure. La parabola Azzurra di Nicol Lapel

03.08.2024 – 07.58 – Diciamolo, per alcuni la vita è un ring. Si attacca, ci si difende, si è da soli a combattere ma abbiamo in fondo bisogno di qualcuno che all’angolo si prenda cura di noi e lanci una spugna all’occorrenza per difenderci. È in tale ideale affresco che cresce e matura Nicol Lapel, atleta triestina che da piccola abiurava le bambole preferendo un sacco da boxe come giocattolo.
Un desiderio per altro concretizzato dalla madre, propensa a individuare nello sport un canale fondamentale della educazione. Pugilato dunque. Nicol Lapel lo abbraccia ben presto, a 7 anni, entrando alla corte del compianto Mario Del Degan, un tecnico convinto che la boxe sia effettivamente respiro nobile e concetto d’arte, stile e sostanza.
Nicol qui apprende e pazienta, danza con la corda e pungola il sacco attendendo il battesimo del ring, evento consentito all’epoca, secondo i dettami federali, attorno ai 14 anni: “Nel frattempo avevo percepito il grande valore del pugilato – ricorda Nicol Lapel – quel senso di sacrificio ti eleva e ti fortifica. Ti porta poi a fraternizzare con l’avversario di turno, mi sono innamorata subito della disciplina e potevo inoltre contare su una figura paterna di riferimento come Mario Del Degan”.

Arriva il primo match, matura la prima lezione: “Perdo al debutto – rievoca – e quasi mi colpevolizzo pensando di aver deluso chi credeva in me. Il vero dispiacere risiedeva in questo”.
Una cosa è certa, Nicol Lapel interiorizza (molto) temi e patemi della “nobile arte” ma lo fa mantenendo la rotta negli allenamenti, sempre più intensi e quasi quotidiani, percorso che le consente verso i 16 anni di entrare nell’orbita della Nazionale giovanile nonostante una tonsillite che la mette spesso alle corde.
In quel periodo il pugilato triestino femminile annovera anche un’altra “mula” a tinte azzurre, si tratta di Marianna Procentese, amica e modello per la giovanissima Nicol: “Marianna era un idolo per me – rammenta ancora l’ex atleta del Club Sportivo Trieste Pugilato – siamo diventate molto amiche e anche questo è uno dei grandi valori che mi ha regalato lo sport”.

Parliamo del ring. Nicol, nel frattempo, passa sotto la guida tecnica di Davide Schiavon e Paolo Battimelli, supera le selezioni, entra in Nazionale giovanile e affronta una sorta di match pure con il peso, decidendo di scendere dai 69 ai 60 kg da distribuire sulla eccellente stazza atletica di oltre 1.75 m. Il nutrizionista incide, la dieta funziona, i risultati arrivano. Le esperienze successive sono eccellenti: un campionato europeo colorato da un secondo posto e poi i mondiali Youth.
Il pugilato sembra insomma la sua via. I pugni non la spaventano, qualche acciacco sì.
Nicol Lapel è giovanissima ma deve fare i conti prima con i segni (quelli sul corpo) che con i sogni da coltivare. Un infortunio al braccio non viene curato al meglio, Nicol ignora i consigli dei medici e i postumi chiameranno un primo conteggio.

E fuori dal ring? Nicol Lapel cerca, indaga e prova. Si diploma al Liceo Psicopedagogico, medita in un primo momento l’iscrizione a Psicologia ma diversi anni più tardi, quasi a sorpresa, opterà per un secondo diploma, questa volta da geometra. Le esperienze lavorative non mancano, in un asilo nido, persino in un maneggio poi in uno studio da architetto e naturalmente in una palestra, dove (ri)troverà un legame con la boxe.
Si, perché nel frattempo il pugilato agonistico scivola lentamente dalla sua vita. Nicol Lapel suona il gong ed esce dal ring mettendo in bacheca l’Azzurro, l’argento europeo, i ricordi e i rimpianti: “Sentire l’inno nazionale era fantastico – ricorda ancora – mi dava un effetto unico, una specie di benzina per corpo e anima”.

Quella benzina evapora ma subentrano altri stimoli e traguardi. Nicol studia da tecnico di boxe e da preparatrice atletica, approda alla palestra Audace Trieste e si mette al servizio di chi chiede un sacco di boxe in regalo al posto della play station: “Non credo tanto nel talento quanto nella perseveranza – chiosa l’ex azzurrina di pugilato – delle mie passate esperienze sportive ricordo bene il peso e il valore della paura, quella che ti coglie prima di salire sul ring ma che ti obbliga a reagire, superarla e mettersi sempre in gioco”. Felice inquietudine la sua. A 28 anni forse con qualche livido ma con altri matches da vivere. Anche con le paure.

 

[f.c]

 

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