Fuoricampo, storie di sport. Dai ghiacci della Lapponia agli uffici di Manzano: gli interminabili orizzonti di Henry Coronica

17.08.2024 – 09.47 – L’amore per gli animali, quel (bi)sogno di avventura, le ambizioni in campo lavorativo. E poi quel tocco di “estremo” da respirare nella natura, tema dettato forse da qualche testo di Jack London, l’autore di “Zanna Bianca” e de “Il richiamo della foresta”.
Henry Coronica, classe 1973, ha voluto dipingere la sua vita con questi colori e farne una giostra di esperienze tracciate soprattutto lontano da casa, distante dall’Italia e spesso avvolte da temperature glaciali, si, diciamo anche attorno ai meno 30.
Una fugace esperienza nel football americano e poi l’incarico di guida sciistica tra le piste del Passo Tonale. Siamo verso la metà degli anni ’90 e il giovane Henry ha deciso: per lui il termine avventura dovrà far rima con animali e natura.

Ecco allora l’approccio allo Sleddog, la “Biga” della tradizione nordica con cui correre, mirare a orizzonti invisibili e abitare miglia di neve a bordo di una slitta trainata da una muta di cani.
Un percorso formativo avviato in Italia, alla corte di un mentore come Armen Khatchikian e proseguito in Minnesota e poi in Alaska. Henry Coronica diventa quindi un “Musher” – un conducente di cani da slitta – e cerca gratificazioni in campo agonistico. Arriveranno.
Nel 2002 si piazza secondo ai campionati italiani sulla media distanza di Sleddog ma l’anno fa suo il titolo.
Nel frattempo, il musher triestino va a gestire una pensione per cani a Opicina, la “Gilros”, un teatro si direbbe perfetto per lui, arredato da passioni, progetti e riflessioni. Qui avrà infatti modo di vivere nel quotidiano l’amore per gli animali, tema che dividerà ben presto con Damiana, una volontaria del centro che diventerà poi sua moglie, la madre di tre figli e l’“alleata” delle scelte di vita.

Torniamo per un momento all’attività dello Sleddog. Henry Coronica non si accontenta delle italiche distese e punta all’impresa, approdando sul circuito professionistico di una gara come la Femundlopet, dalla Norvegia alla Finlandia su tracciati di oltre 600 km. L’ex guida del Passo Tonale a modo suo qui entra nella storia della manifestazione, figurando come il primo non nordico in grado di portarla a termine. Il podio lo esalta, anzi, lo esorta a guardare oltre.
È allora il momento delle scelte. Henry saluta San Giusto e assieme alla famiglia e un drappello di cani si trasferisce in un piccolo villaggio della Lapponia svedese dove realizzerà la sua “Thule”, la magica isola del cuore colorata inoltre da un progetto basato sulla produzione e distribuzione di attrezzature per cani da slitta.

L’azienda prende piede, prospera e si estende ma nel Henry, nel frattempo, vive la dicotomia tra il ruolo di “musher” e quello di imprenditore: “Nei primi tempi in Lapponia non è stato certo facile – ricorda Henry Coronica – cultura e società molto diverse. Io ero poi legato ad un concetto forse troppo romantico o romanzato dello Sleddog, chissà, forse condizionato dalle letture di Jack London. Ho dovuto fare i conti invece con troppi compromessi, con l’agonismo ho aperto gli occhi. E poi – rammenta ancora – non potevo andare ad allenarmi e nel contempo rispondere al telefono alle richieste dei clienti”.
Altra scelta allora. L’agonismo alla guida di una muta di cani scivola in secondo piano, complici alcune trame estreme vissute sul campo, vedi i rischi di assideramento e i molteplici casi di “musher” dispersi in gara. I cani attaccano l’imbragatura al chiodo e possono andare in pensione, Henry e famiglia no, anzi. L’azienda si espande infatti ulteriormente, si affaccia ai prodotti veterinari e coinvolge anche i cani non dediti alle attività sportive.

Le cose vanno bene quindi ma bisogna fare i conti un elemento forse a sorpresa, di fatto anche esso estremo. Chiamiamola nostalgia canaglia, quella voglia di Italia e Trieste che avvolge soprattutto i figli, più propensi ad apprezzare il mare tra il cemento di Barcola che l’Aurora boreale, a rimpiangere maggiormente Piazza Unità e i suoi colombi che il transito di renne (o lupi?) mentre vai a fare la spesa con le “ciaspole” (vulgo racchette da neve).
È tempo allora di tornare a casa. Superato di slancio l’interregno produttivo dettato dalla pandemia, Henry Coronica e famiglia dalla primavera del 2023 risiedono in regione, a Strassoldo, mentre a Manzano, in provincia di Udine, è stata avviata una filiale della azienda (la Axaeco) fondata in Svezia. I cani (rimasti in tre dai 12 del clan in auge sulle piste lapponi) se la godono e di certo non rimpiangono le levatacce tra la neve, i figli di Henry e Damiana crescono dove sognavano.

La “Thule” voluta e respirata in Lapponia è dunque un ricordo, intenso, non scolorito ma distante. Il futuro è qui: “Diciamo che ho imparato ad amare l’Italia proprio emigrando – conclude Henry Coronica . Oggi tento di lamentarmi poco del nostro Paese e di apprezzare ciò che lo rende bello. Il periodo vissuto in Svezia mi è rimasto dentro ma si è trasformato. Mi ricorda sempre che la vita non è tale se non provi e lotti per raggiungere un orizzonte, anche se non è visibile. Ci devi arrivare, superarlo e mirare poi ad altre vie e obiettivi”.

Già, come in fondo lo stesso scrittore Jack London ricordava: “La giusta funzione di un uomo è di vivere, non di resistere”.

[f.c]

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