10.07.2024 – 10.18 – Dalle donne alpiniste delle ‘Storie di montagna a Palazzo Coronini‘ a Gorizia, sorelle di Julius Kugy, alle donne che salgono sugli alberi di ‘Io non scendo‘ a Trieste. Uno sguardo femminile che scruta l’orizzonte si snoda nelle esposizioni degli ultimi mesi della Regione Friuli Venezia Giulia. Nel caso triestino la mostra, promossa da ERPAC FVG nella cornice post moderna del Magazzino delle Idee, rimarrà ancora visitabile fino al 25 agosto. L’esposizione, dal significativo sottotitolo ‘Storie di donne che salgono sugli alberi e guardano lontano’, raccoglie infatti 200 ritratti di donne sugli alberi, fotografie anonime, dalla fine dell’Ottocento agli anni ’70 del Novecento. L’albero si trasforma, in questo contesto, in un altare pagano, una giocosa ‘soglia’ attraverso cui la donna si trasforma irreversibilmente.
La collezione fotografica rinviene poi l’ausilio di un apparato letterario dove proprio l’albero è protagonista: se ne rinvengono tracce in Louisa May Alcott, Simone de Beauvoir, Voltairine de Cleyre, Astrid Lindgren, Beah E. Richards, Angela Carter, Bianca Di Beaco, Tiziana Weiss.
Questo fine settimana la curatrice Laura Leonelli, autrice anche del catalogo della mostra, propone una serie di visite guidate: venerdì 12 luglio alle ore 16 e sabato 13 e domenica 14 luglio alle 11 e alle 16. E si ripeterà ad agosto: venerdì 23 agosto alle 16, sabato 24 agosto 11 e alle 16, domenica 25 agosto alle 11 e alle 16, con guida gratuita (previa prenotazione a [email protected] oppure 040 377 47 83) e pagamento del solo biglietto di ingresso.
Ma di che cosa si parlerà in una mostra fotografica? Ne abbiamo discusso con la curatrice e giornalista Laura Leonelli che colleziona da anni fotografie anonime.
Qual è stata la prima foto di una donna sull’albero che hai incontrato?
L’immagine di una bambina francese degli anni Trenta, con la stessa età dell’albero; non a caso compare nella copertina del libro ‘Io non scendo’. Mi aveva colpito come l’una completasse l’altra: la stessa flessuosità, lo stesso aggrapparsi l’uno all’altro.
L’immagine di controcopertina è invece una giovane donna americana, degli anni Quaranta; sono cresciuti entrambi, tanto la donna, quanto l’albero, con la stessa forza.
La passeggiata della mostra in questo bosco ‘umano’ si muove tra questi due opposti esistenziali: si sente la propria età in consonanza con l’albero e poi c’è la ‘stabilità’ propria dell’albero che non è una prigione, non è un radicarsi senza possibilità di movimento, ma una centralità su di sé che consente un ‘individuarsi’, un ‘essere forti’.
L’albero dispiega i rami, la chioma è ‘aperta’ in tal senso a differenza delle radici…
È certo interessante come, in italiano, chioma degli alberi e chioma dei capelli siano la stessa cosa. C’è pertanto una ‘testa’, c’è un’idea che fluisce dalla chioma dell’albero/ donna.
Quali differenze intercorrono tra le foto nell’ottocento e quelle del dopoguerra?
C’è una differenza tecnica: le foto ottocentesche hanno una propria rigidità temporale, non consentono di cogliere l’attimo. Avvicinandosi ai tempi nostri – sebbene sia pur sempre un secolo fa, cioè il 1920/30 – compare una scioltezza fisica, ci si pone di fronte allo sguardo degli altri. La moda femminile inizia a essere più comoda e confortevole, specie negli Stati Uniti compaiono i primi pantaloni… La scalata dell’albero diventa molto più agevole, il corpo si adatta con maggiore naturalezza alle forme dell’albero. E naturalmente si può salire molto più in alto.
Anche gli uomini però si arrampicano sugli alberi…
Ci sono tantissimi uomini che salgono sugli alberi, ma sempre con uno spirito ginnico: si sale vertiginosamente verso la cima dell’albero, si vuole conquistare la vetta. C’è questa ‘voglia’ di primato, mentre nelle immagini femminili a volte sedersi sulla prima forcella dell’albero può essere sufficiente.
Certo vi sono poi donne più coraggiose che salgono in cima e ricordano dei capitani di ventura; diventano alberi maestri di vascelli.
Mi vengono in mente, guardando le foto, i collage avanguardisti dove la donna si trasforma in un albero…
Il primo artista surrealista è Bernini: in fondo la sua Dafne è una fotografia ante litteram di una metamorfosi, è un ‘trasformarsi albero’. La pelle del busto diventa corteccia, ma un’altra sezione è ancora tiepida, tenera, femminile.
Si tratta però di fusioni che non consentono un ritorno a terra; la donna si trasforma nell’albero, diventa corpo scultoreo, ma diventa passiva.
Queste non sono ‘baronesse rampanti’, come molti hanno scritto: le donne in questione ritornano a terra, solo ‘diverse’. E’ la scoperta di un altro orizzonte, ammirabile solo salendo sulla chioma dell’albero. Disobbedendo al destino di radice, la donna scopre un modo diverso di guardare e guardarsi.
Salendo sugli alberi si giunge infine anche a Trieste…
Trieste è una città molto più libera del resto d’Italia tra ottocento e novecento: il corpo viene vissuto all’aria aperta con grande liberalità. Il CAI stesso era più disposto ad accogliere le alpiniste donne. Penso a Bianca Di Beaco, Riccarda de Eccher e Tiziana Weiss tra le tante. Il passaggio dall’albero alla montagna appare in tal senso naturale.
[z.s.]


