27.03.2024 – 07.01 – Una nuova sezione sotterranea del fiume Timavo riemerge dalle profondità del Carso. Dopo vent’anni di scavi ininterrotti la Società Adriatica di Speleologia (SAS) ha rinvenuto un nuovo tratto del corso d’acqua; il terzo mai scoperto dopo l’abisso di Trebiciano, visitata da Anton Frederick Lindner nel 1841 e la grotta Lazzaro Jerko, esplorata nel 1999 dalla Commissione Grotte ‘E. Boegan’. Si tratta, nell’ambito della speleologia nazionale e internazionale, di una scoperta ‘storica’, paragonabile solo alle grandi scoperte del ventesimo secolo.
L’annuncio della scoperta, rivelata il 26 marzo 2024 nella cornice del Circolo della Stampa di Trieste, è avvenuta a partire dalla grotta Luftloch sul fondo della dolina di Trebiciano. La SAS proprio lo scorso weekend è giunta a una grotta dove il Timavo scorreva impetuoso, ad oltre -300 metri di profondità.
La scoperta, avvenuta grazie a dodici speleologi della SAS, è stata raccontata da uno dei principali protagonisti, Marco Restaino. La dolina di Trebiciano era stata selezionata, perchè quando avviene la piena del Timavo “gorgogliano bolle create dall’aria spinta in superficie dall’acqua”, ha spiegato. Un punto di partenza ritenuto importante, ancora nel lontano duemila, onde giungere al favoleggiato Timavo. Pertanto la squadra di lavoro ha iniziato gli scavi; Restaino era allora affiancato da Piero Slama, Fulvio Levi e Massimiliano Blocher. A partire dal fondo della dolina i primi scavi hanno incontrato diverse frane sotterranee, poi poste in sicurezza; si è allora dovuto “scavare in artificiale fino a 60 m”. Verso il 2008-09 il gruppo ha così scoperto una prima grotta, al di sotto della quale un dedalo di pozzi naturali si diramava nel sottosuolo, scendendo sempre più giù.
È allora iniziato il lento lavoro di disostruzione e allargamento dei passaggi, scendendo nel 2010 alla profondità di 250 metri.
Dopo un biennio di lavori piuttosto veloci – ha raccontato Restaino – il gruppo ha dovuto affrontare due ostacoli in apparenza molto difficili: “mancava l’aria” pertanto “è stato inserito un impianto di ventilazione forzata con un tubo e una ventola esterna”. Inoltre “c’erano grandi ristrettezze negli ambienti per giungere al Timavo, per arrivare ai (presunti) grandi ambienti sotterranei”. In particolare “c’era solo un’apertura, una micro fessura” dalla quale “l’aria spirava forte, un segnale inequivocabile che eravamo vicini”.
Eppure i lavori di scavo hanno comportato dover traforare un pozzo di quaranta metri, con grandi fatiche, specie a profondità così elevate. I lavori erano complicati dall’essere “zona di oscillazione delle acque” e dunque ponendo difficoltà per far scendere un cavo della corrente elettrica essendo “il fondo dei pozzi allagato”. Pertanto la SAS ha scavato gli ultimi metri, negli anni scorsi, “con demolitori, trapani a batteria e cunei”. A tutti gli effetti “un lavoro da miniera”.
Infine, la scorsa settimana, l’ultimo diaframma è stato bucato e gli speleologi sono emersi in una grande caverna. Si trattava di una grande grotta, al cui centro scorreva il fiume Timavo, “è stato come se fosse un allunaggio” ha ricordato Restaino.
“Il fiume scorreva impetuoso in una caverna molto grande” ha ricordato lo speleologo. La nuova grotta scoperta raggiunge un’altezza di 50 metri, una lunghezza di 100 e 30 di larghezza. Il Timavo divide la caverna in due parti e continua “in una lunga caverna allungata, quasi 50 metri allagati secondo il misuratore laser”.
La SAS collabora con degli ultra specialisti della speleologia subacquea provenienti dalla Francia; ora “i sub immergendosi dal sifone di entrata potrebbero trovare una connessione con la nuova cavità”. Sarebbe allora possibile “seguire il Timavo per oltre 1 km“.
Sotto il profilo tecnico la nuova sezione del fiume Timavo scoperta annovera 304 metri di profondità dalla superficie, con “una corrente molto forte” e a 10 metri sul livello del mare.
L’acqua del fiume, è stato osservato, si presenta pura e di buona qualità. Sono state campionate acque argille e sabbie, per analisi mineralogiche, batteriologiche e sulla presenza di inquinanti e microplastiche. È stato ad esempio osservato un proteo e diversi insetti, tra cui l’insetto Pterostichus, vero tracciante biologico, “perchè essendo esterno indica acque che provengono da fuori”. Non a caso è presente in un’altra grotta dove si spera di rinvenire un accesso al Timavo, quell’87 VG indagata dalla Commissione Grotte ‘E. Boegan’.
Un lavoro, quello della SAS, durato vent’anni e, nella sua ripetitività, molto faticoso.
“A livello umano lo scavo ha messo a dura prova la pazienza di tutti i partecipanti”, ha spiegato Restaino. “Ad un certo punto, dopo anni di scavo, era divenuto un incubo, proseguivamo per spirito di servizio”. Tanto più poetica allora la scoperta finale, “una grotta bellissima, molto intima”. Il lavoro, definito “di miniera”, veniva svolto una volta ogni due settimane, con un’ora di discesa nella dolina e due ore di risalita; senza considerare lo scavo in sé e la preparazione delle attrezzature.
Foto di Miglia e Blocher, per gentile concessione della SAS. Clicca per ingrandire.
[z.s.]








