Enrico Calesso: nel futuro del Teatro Verdi più Wagner e grande sinfonismo

25.02.2024 – 09:00 – Dall’anno scorso il Teatro Verdi di Trieste ha un nuovo direttore musicale, Enrico Calesso, figura fondamentale per condurre la crescita dei complessi e per dare continuità alla programmazione di un’istituzione che ha deciso imprimere una svolta alla proposta artistica. Calesso, dopo gli studi musicali al Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia e una laurea in filosofia a Ca’ Foscari, si è trasferito a Vienna, dove ha completato la formazione come direttore d’orchestra e ha mosso i primi passi nella professione, fino al debutto italiano avvenuto nel 2016 al Teatro La Fenice.

Come è nato il suo rapporto con il Teatro Verdi di Trieste?
Il Sovrintendente Giuliano Polo mi seguiva da tempo, è stato anche alla Fenice per una recita delle Baruffe Chiozzotte che ho diretto nel 2022 e in quell’occasione mi ha invitato per un concerto sinfonico e una produzione d’opera, I Capuleti e i Montecchi di Bellini. Dopo queste due produzioni sono cominciati i primi colloqui sulla possibilità di collaborare in modo stabile, cosa che mi ha fatto molto piacere.

In cosa consiste il suo ruolo di direttore musicale?
Si tratta di una figura che a Trieste mancava da molto tempo. Il direttore stabile ha le sue produzioni e i suoi concerti nell’arco della stagione, a fianco ai direttori ospiti che si susseguono nel calendario, e un’attività di consulenza per quanto riguarda tutti gli aspetti musicali, le distribuzioni dei cast, la gestione dei collettivi e via dicendo.

Immagino che abbia un ruolo anche nel processo di crescita dell’orchestra.
Ci sono due aspetti fondamentali. Da un lato l’intensificazione di un certo repertorio, in cui rientra l’Ariadne auf Naxos in scena in questi giorni, pur rimanendo fedeli all’opera italiana che resterà l’ossatura della stagione. Certamente un’orchestra cresce suonando il grande sinfonismo tedesco. Con il repertorio mitteleuropeo intendiamo portare il teatro a essere un polo di attrazione culturale e tornare a quella che era la proposta abituale del Verdi nei decenni passati. Il secondo aspetto è cercare, tramite il lavoro, di estrarre tutte le potenzialità dell’orchestra, che sono davvero importanti. L’orchestra del Verdi ha molto da dare e sono contento anche della recente prestazione in Ariadne, dove i complessi hanno dimostrato una crescita continua che viene riscontrata anche dalla stampa e dal pubblico.

Quali sono i vincoli in una realtà come Trieste?
La mia risposta può essere solo parziale, perché sto iniziando adesso a conoscere la città, il teatro e le dinamiche locali. Naturalmente c’è la necessità di avvicinare il pubblico al teatro, soprattutto dopo la pandemia che ha acuito le difficoltà in questo senso, non solo in Italia. A Trieste credo sia già stato fatto un buon lavoro perché vedo un ritorno del pubblico. Oltre agli spettacoli di maggiore richiamo io credo si debbano proporre anche titoli che consentano all’ascoltatore di conoscere se stesso e la propria identità da un punto di vista diverso. Prendo di nuovo ad esempio l’Ariadne auf Naxos: non è un’opera da sold out come Turandot o Il flauto magico, eppure le ultime recite stanno vendendo moltissimo, probabilmente anche grazie a un effetto positivo delle critiche ricevute e al passaparola di chi ha già assistito alla produzione. Un altro aspetto fondamentale è l’espansione dei collettivi, un percorso su cui stiamo già lavorando perché ci sono opere, come il Nabucco che andrà in scena a marzo, che necessitano di grandi masse.

Lei ha lavorato molto tra Austria e Germania, che differenze ci sono rispetto all’Italia?
La differenza fondamentale è l’organizzazione della programmazione. Nei paesi di lingua tedesca i teatri lavorano “a repertorio”, cioè allestiscono molti spettacoli ravvicinati, spesso con un sistema di abbonamenti complesso. È un meccanismo reso possibile dalla presenza di un ensemble stabile, cioè di cantanti in grado di ricoprire, a costi contenuti, ruoli differenti in repertori diversi, che costituiscono lo scheletro cui poi si possono aggiungere degli artisti ospiti. Così si garantisce un’offerta molto ricca e varia. In Italia invece si lavora “a stagione”, per cui ogni singolo spettacolo si esaurisce nell’arco di poche recite ma può essere preparato in un periodo più lungo e con una cura maggiore e si è liberi di ingaggiare per ogni produzione i cantanti ritenuti più adatti alla parte.

Può anticipare qualcosa sulla prossima stagione e sui progetti futuri?
Proprio in questi giorni, assieme al Sovrintendente e al Direttore artistico, Paolo Rodda, stiamo parlando dell’indirizzo delle prossime stagioni. Io ritengo fondamentale che Wagner torni nel repertorio e mi piacerebbe mantenere la linea inaugurata negli ultimi anni per il sinfonico, con una parte importante dedicata al repertorio tedesco con compositori come Bruckner, Mahler e Strauss. Credo siano fondamentali, sia per la crescita dell’orchestra che per il prestigio della stagione in sé. Chiaramente ci sarà una presenza significativa dei grandi compositori italiani come Rossini, Verdi e Puccini, che vorremmo omaggiare in occasione dell’anniversario dei cent’anni dalla morte entro la fine del 2024.

(p.l.)

Ultime notizie

Dello stesso autore