08.01.2024 – 08.30 – Raccontare la storia di una città è affascinante, ma se il punto di partenza fossero le tracce lasciate dal vento? A Trieste esiste già qualcuno che lo fa, con uno sguardo profondo e ricercato: Sabina Viezzoli, “La Guida della Bora”.
Guida naturalistica per passione, Sabina Viezzoli sceglie di raccontare la (sua) città partendo dalla bora, il vento triestino per eccellenza. È proprio dalle sue folate che il paesaggio circostante viene, infatti, scolpito e modellato; anche i segreti più reconditi connessi a questo vento possono emergere, se raccontati.
“La Guida della Bora” accompagna, quindi, i visitatori nelle escursioni sui sentieri del Carso o nei luoghi simbolo della città per rivelare aneddoti, curiosità e storie a cavallo tra l’umano e la natura dove il vento triestino fa sempre da protagonista.
Partiamo in medias res. Com’è la tua relazione con il vento triestino?
“L’amore c’è, senza dubbio: la bora rinfresca le giornate, pulisce il cielo e regala delle luci incredibili. Mi fa sentire viva, crea una frizzantezza interiore impagabile. Devo ammettere, però, che ci sono anche dei momenti conflittuali. Quando i giorni passano e la bora resta, inizia a diventare faticosa la camminata controvento e il freddo che si percepisce di più.”
E nel tempo è cambiato qualcosa nel tuo rapporto con la bora?
“Un cambio c’è stato, in corso d’opera, con l’avvio del progetto professionale “La Guida della Bora”. Sono molto più attenta e presente a me stessa quando sperimento la bora, penso sempre che possa diventare un racconto per le persone che incontro. I triestini come me o chi vive da molto tempo in città rischia di dare molte cose per scontate, subentrano degli automatismi: una scelta accurata dei vestiti, i parcheggi giusti e le strade da evitare.”
Arriviamo a “La Guida della Bora”. Quando nasce?
“Il progetto è partito cinque anni, ma in realtà l’idea iniziale c’era già da tempo. La scintilla è venuta nel 2012, durante alcuni episodi di bora molto forte. È da lì che ho iniziato a pensare a questo vento con occhi diversi, immedesimandomi in chi viene da fuori e non lo conosce. I social erano all’inizio e vedevo che la bora veniva ricondivisa, era tangibile il suo arrivo fuori dalla nostra zona.”

Quanto è iconica, invece, la bora in Italia?
“Gli italiani la conoscono abbastanza: il collegamento di Trieste come città della bora è frequente, soprattutto nelle generazioni precedenti, esiste l’immaginario delle corde che si usavano per tenersi in caso di vento forte. Alle volte, alcuni visitatori rimangono delusi quando scoprono che le corde non si usano più. Anche i TG nazionali contribuiscono alla popolarità della bora: quando il vento soffia forte vengono ripresi i consueti temerari sul Molo Audace.”
E all’estero?
“Gli stranieri conoscono molto meno questo vento. Spesso arrivano a me perché hanno già un qualche tipo di legame con la città oppure attraverso amici o famigliari che gliel’hanno raccontato. Gli austriaci, invece, la conoscono molto di più; immagino influisca la stretta connessione geografica e storica con Trieste”
Gli stessi triestini sono interessati, invece, alle escursioni?
“Ci sono, ci sono. Spesso accompagnano amici, conoscenti, familiari in visita. Diverse volte mi è capitato di trovare delle coppie in cui solo uno di loro era di Trieste e presentava la città al compagno o alla compagna. Da non dimenticare anche le persone curiose che non si perdono una visita guidata. Confesso, però, che i locali nelle escursioni sono soprattutto donne, spinte dal piacere di una camminata in compagnia o perché non si fidano di camminare da sole sui sentieri.”
Parliamo delle escursioni. Come scegli le diverse tappe?
“C’è una progettazione accurata dietro agli itinerari. Cerco sempre di mantenere alta l’attenzione favorendo dei momenti di sorpresa che stimolino la curiosità. Molto importante è anche la durata del giro, dopo un certo limite le persone si sentono sequestrate (sorride, ndr).”
Le tue passeggiate spaziano dai trekking urbani alle escursioni in Carso. Cosa differenza i percorsi?
“Nel primo caso, guido le persone in un viaggio di osservazione dei segni lasciati dal vento e spesso impercettibili. I punti salienti sono: l’imperdibile Molo Audace e alcune tappe tradizionali come il centro storico, San Giusto e Città Vecchia. In tutto ciò, le soste sono fondamentali per mostrare quello che spesso non si nota: finestre doppie, tracce lasciate dalla bora sul Molo Audace o luoghi che ricordano eventi, episodi o aneddoti legati alla vita quotidiana e alla Bora.
Nelle escursioni in Carso, invece, faccio riferimento a percorsi su sentieri CAI già segnati, impreziositi da racconti sul rapporto uomo-ambiente-natura e storie locali.”

Restiamo sul Carso. Quali sono gli elementi che si possono percepire quando soffia la bora?
“Ci sono molti sintomi che il vento c’è, e si fa sentire. Primi fra tutti gli alberi, modellati dalla bora, assumono un’iconica forma a bandiera. Ci sono, poi, delle zone brulle dove non cresce un’alta vegetazione, un’altezza delle piante limitata dalla presenza del vento o la stessa tipologia di piante è un indicatore. Tra i luoghi simbolo del passaggio della bora c’è la Sella della Bora, dove il vento soffia spesso anche quando in città non lo si sente tanto.”
Ti è mai capitato, invece, di vedere stravolte delle aspettative dei partecipanti, dopo l’escursione?
“Devo dire diverse volte. Chi non è locale pensa spesso che la bora ci sia sempre e comunque, ma non è proprio così. Nelle camminate sul Carso, poi, molti si aspettano luoghi brulli, ma è un’immagine rimasta ferma ai tempi della scuola durante la Prima Guerra Mondiale.”
Ritorniamo al vento, in senso stretto. Quale senso assoceresti alla bora?
“Vista, udito e tatto. Riconoscerei ad occhi chiusi il rumore della Sacchetta quando la bora soffia forte, per non parlare della suggestione del movimento delle onde quando il mare è agitato. Anche il tatto non è da sottovalutare. Quando il vento è freddo e forte diventiamo molto più presenti a noi stessi: spinti di qua e di là, con i refoli che si infilano nella giacca, nella sciarpa o nel cappuccio. L’unico senso assente è l’olfatto: le molecole odorose vengono portate via dal vento. Vivere con la bora è, quindi, un’esperienza completa, forse coinvolge anche altri sensi di cui non siamo consapevoli.”
E i tuoi luoghi del cuore legati alla bora?
“Con certezza, devo dire la Sella della Bora e il Monte Stena. Ci sono anche degli altri spazi, però, dove si trovano grandi alberi secolari; ritornare lì in stagioni diverse e scorgerne i cambiamenti è affascinante.”
E luoghi che, al contrario, temi per le raffiche e preferisci evitare?
“In centro non andrei in Largo Pestalozzi, il Molo Audace quando soffia forte, anche se è difficile non provarci e la Sella della Bora: lì, con un vento forte, è complicato stare in piedi e può essere molto pericoloso.”

Passiamo ad una curiosità. Hai mai collaborato con il Museo della Bora?
“Sì, con molto piacere. Quando ho avuto l’idea del tour conoscevo già il Museo della Bora che ho sempre ammirato e visitato diverse volte. Durante gli episodi di vento del 2012, ho iniziato a pensare alla città come un museo a cielo aperto, un prolungamento che completi quello che si può vedere nel Museo della Bora. Quando progettavo il tour, mi ero messa in contatto con Rino Lombardi, ci eravamo parlati. È stata una grande fonte di ispirazione e di scambio. E capita ancora oggi che qualche gruppo chieda che il tour finisca proprio al museo.”
Il tuo lavoro dipende molto anche dalle previsioni atmosferiche. Hai notato dei cambiamenti da quando hai iniziato?
“È presto per dirlo: abbiamo delle serie storiche di dati raccolte in modo scientifico che sono troppo brevi rispetto ad un periodo in cui si possono osservare dei cambiamenti. Detto questo, negli ultimi tempi ci sono stati degli episodi osservabili di bora fuori stagione, qualche anno fa c’erano stati dei giorni prolungati di vento fortissimo. Capita spesso di avere, poi, degli inverni con poca bora ed episodi ventosi in primavera. Bisogna tener conto, però, anche della percezione individuale e dei ricordi; l’abbigliamento dei nostri nonni non è più quello di oggi. Si è passati dal cappottino di panne alla giacca a vento.”
Siamo quasi agli sgoccioli. Ti riconosci in una rete di liberi professionisti sul territorio?
“Fare rete e lavorare insieme è utile e stimolante, a volte mi sento limitata rispetto al fatto di lavorare da sola. Mi è capitato di collaborare con altre guide e colleghe, è fondamentale per arricchirsi a vicenda. Problematica è, a volte, la concorrenza ma secondo me va temuta quando si hanno dei prodotti standardizzati. Se si è connotati in modo specifico, invece, non ci si dovrebbe preoccupare. Anche in una condizione ideale senza competizione, però, bisogna trovare il tempo per vedersi: condividere esperienze, problemi o buone pratiche. Se tutti sono impegnati in sopralluoghi ed escursioni diventa difficile confrontarsi, non c’è una sala insegnanti o una macchinetta del caffè dove fermarsi a parlare. Come guide, notiamo spesso la nostra dispersione sul territorio a livello umano e professionale ed anche una difficoltà nella promozione della professione: vorremmo mostrarci all’esterno diversificati e frammentati come siamo.“
Terminiamo con la bora: grande fonte di ispirazione. Ti è mai capitato di contaminare le tue competenze con altri settori?
“Molto stimolante è stata la collaborazione con Annalisa Metus – Unfolding paper stories: abbiamo realizzato un prototipo di collana di carta che si ispira alle ‘weather blanket’ (coperta del tempo). Si tratta di coperte dove è possibile visualizzare la temperatura media esterna: i colori scelti – indicatori di una fascia di gradi – segnano i gradi di un anno intero. Da quest’input ha preso forma la collana della Bora: tra scienza e progettazione artistica si scopre l’intensità del vento, nell’arco di un anno.”
La bora triestina ha ispirato anche un libro recente, edito da “Calembour“.
“Antropologia della Bora” di Fabio Tufano sarà presentato per la prima volta alla Libreria Lovat il 24 gennaio alle h 18. L’autore dialogherà con l’antropologo Giuseppe Grimaldi.
[m.p]


