10.11.2023 – 10:33 – Principi di incendi. Malattie. Vagabondaggio. Degrado. Non c’è altro modo, ad oggi, per descrivere il Silos di Trieste. L’area, da tempo in stato di abbandono e vincolata dalla Soprintendenza ai Beni Architettonici, continua a essere una zona di declino urbano. Le operazioni di controllo da parte delle forze dell’ordine, avvenute settimana scorsa e nei mesi precedenti, pur sottolineando che non mirano a sgomberare la zona, risultano inefficaci nel risolvere il problema radicato. L’approccio sembra concentrarsi più sulla identificazione delle persone che sulla risoluzione della crisi umanitaria. L’ignominia del Silos non risiede solo nei numeri, ma nell’assenza di azioni concrete da parte delle istituzioni locali. In un panorama fatto di tende e capanne nel fango, la dignità delle persone è calpestata. La mancanza di strutture igieniche adeguate crea un’urgente emergenza sanitaria che coinvolge migranti di tutte le età. La recente massiccia operazione condotta da Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Locale può rappresentare solo un palliativo temporaneo. Ma non è così che deve essere l’accoglienza. Questo termine non può e non deve essere sinonimo di emergenza sanitaria, di paura da parte dei cittadini di camminare vicino alla stazione, di mancanza degli elementi vitali minimi per i migranti.
È ora che le autorità locali agiscano per garantire la sicurezza ai cittadini di Trieste, un tetto e la dignità a chi cerca rifugio.
Le forze dell’ordine, invece di affrontare la crisi umanitaria, si limitano a controlli mirati solo a identificare chi si trova nel degrado del Silos, affermando che “non tutti sono delinquenti”, un modo di agire che però manca completamente il punto, e l’attuale situazione parla chiaro. È il risultato di anni di negligenza politica. Promesse vuote e azioni insufficienti.
È giunto il momento di porre fine a questa ignominia. Trieste deve svegliarsi, affrontare la realtà che si nasconde nel Silos e chiedere alle autorità locali di agire ora, prima che il grido di protesta diventi un lamento senza più via d’uscita.
[c.v.]


