17.11.2023 – 08.55 – Per quanto, nelle premesse dell’incontro triestino in Stazione Marittima organizzato ieri alle 18 dal centro culturale Veritas, e iniziando a parlare, padre Luciano Larivera non nasconda di non essersi aspettato di vederlo, l’assenza di Giampietro Castano, responsabile dell’Unità gestione vertenze del Mimit che si occupa di Wärtsilä, lascia l’amaro in bocca a tutti e non piace né alla Regione, né a Confindustria, tantomeno ai sindacat; e si può immaginare la reazione dei lavoratori Wärtsilä presenti all’incontro di fronte all’assenza del governo. “Dov’è Castano! Il governo non c’è!” e la speranza, come ricorda ancora Larivera, è l’ultima a morire, ma la prima ad ammalarsi, e ammalata, la speranza dei lavoratori e di chi in tutti i mesi passati (dall’ex dirigenza scesa in piazza a fianco degli operai, alle istituzioni regionali e comunali) ha continuato a sottolineare al governo quanto grave sia il perdere un asset strategico per il paese senza che questo porti a una soluzione concreta, lo è parecchio. Con dicembre il malato Wärtsilä diventerà terminale, e l’unica a voler sottolineare che un tavolo di discussione c’è, e che per quanto la luce fuori dal tunnel non si veda ancora e non sia possibile pensare di far entro dicembre, quella luce, oltre la nebbia, esiste davvero e un futuro industriale non è perduto – è Alessia Rosolen, assessore al lavoro del Friuli Venezia Giulia. Nella crisi Wärtsilä si è sempre spesa, con impegno, in prima persona, e glielo riconoscono durante l’incontro tutti; però Castano non c’è, non c’è il governo, e a dirla tutta ancora una volta non c’è la cittadinanza di Trieste, pochi i partecipanti rispetto a quelli attesi e quasi nessuno che non sia direttamente coinvolto in qualche modo. Eppure il destino di Wärtsilä coinvolgerà, coinvolge, tutti, ma forse è per davvero diventata il comitato di pietra che nessuno vuole e in fin dei conti il governo arriva per davvero solo se il cittadino lo chiama.
E poi il resto dell’incontro di sensibilizzazione promosso da Veritas scorre veloce, fra interventi tutti molto precisi, densi di contenuti sui quali riflettere, dipinti a tratti dall’incombere politico dello sciopero generale di oggi, ma questo ci sta tutto. Molti, tutti importanti e tali da non stare nello spazio che il tempo concede, anche i temi proposti. Un valore aggiunto industriale, quello di Trieste e più in generale della regione, che non è elevato: è fermo da tanto al 10 per cento e anche se questo è così da molto tempo come ricorda Rosolen sottolineando che ciò vuol dire che l’industria ha un ricambio ma che tutto sommato tiene. Uno spettro, quello di una Trieste che perde l’industria, che paventa una città nella quale il volano eccezionale rappresentato dal collegamento fra la produzione, la ricerca e la formazione, i servizi e il terziario rischia di fermarsi, un arresto che colpirebbe anche il gettito fiscale perché il futuro del porto di Trieste, e l’ha ricordato Zeno D’Agostino, non è il porto, e negli altri settori del terziario si ragiona più sul taglio dei costi, come fonte di profitto, che sull’investimento, ed è un male diventato quello di Trieste stessa, è qualcosa che da trent’anni e più si è radicato nell’anima dell’imprenditoria e non va bene, perché chiamare a gran voce il governo è sacrostanto ma la ragione dell’oggi, pur essendo l’attore determinante che non c’è, non è solo il governo e di governi ce ne sono stati tanti, di entrambi i colori, nell’ultimo periodo più a sinistra che a destra senza cambi apparenti. Trieste ha delle luci, come la crescita dell’occupazione all’ex Ferriera che nessuno aveva dato per scontata, la crescita di Illy e la BAT, ma tante ombre e situazioni di fatica.
Per Michele Piga, di CGIL, “La perdita di know-how della situazione Wärtsilä, che si trova in una situazione di assoluta incertezza, è una situazione su cui dobbiamo assolutamente soffermarci. Il governo ha lasciato in mano all’impresa lo scouting dei soggetti interessati a quel sito: il tema di come valutare i concorrenti di Wärtsilä è stato lasciato a Wärtsilä stesso e questo è un grosso errore di valutazione. Non c’è un ragionamento di sistema, nè per Wärtsilä né per il suo indotto, e sono circa 110 milioni di euro di PIL in meno per la città se Wartsila chiude. E non è solo Wartsila: un pezzo di governo di questa città ha lavorato contro la cultura industriale, non a caso il sindaco di Trieste ha detto più volte che il futuro di Trieste è il terziario avanzato e la giunta comunale ha espresso più volte pregiudizi sul lavoro industriale. Il governatore Fedriga si è messo in prima linea, il governo no. Non ci si aspetta una soluzione immediata, ma un confronto per costruire un accordo di programma si. Con il coraggio di voler dire che l’Italia va in recessione”. Per Confindustria Alto Adriatico, all’incontro c’è Massimiliano Ciarrocchi, suo direttore: il presidente Agrusti è a Roma. “La centralità dell’industria”, ricorda Ciarrocchi, “fino a pochi anni fa era un tema quasi fastidioso e da non toccare, eppure sta alla base del sistema di welfare italiano, far finta che il tema non esista è impensabile come lo è pensare di vivere solo di servizi e di turismo. La grande nascita italiana nasce da un sistema che si chiama IRI: Trieste è emblematica su questo e Wärtsilä faceva parte di questo sistema di partecipate pubbliche. Un errore di fondo cederla senza ancorare all’Italia il valore aggiunto dei motori e dei progetti. Oggi assistiamo a un processo di reshoring: Trieste è efficiente e funzionava, ma Wärtsilä riporta i suoi affari in Finlandia e ora è troppo tardi”. Non si può non intervenire: Confindustria non condivide i modi di Wärtsilä, “si è messa contro l’azienda in maniera aperta e forte, non è questo il metodo e perdere un’industria strategica per l’Italia: perdiamo 100 anni di storia. Il paese è stato molto assente: il territorio di Trieste è attrattivo? Si. Retroportualità, sistema di ricerca: cose costruite nel tempo e tutte cose vere. Il mondo si sta dividendo oggi fra Occidente e Oriente: comunque vada qualcosa in Europa rientrerà. Riportare industria a Trieste si può”. E anche Confindustria nota l’assenza di Castano, che “con il governo, ha in mano la palla: il 31 dicembre è dietro l’angolo”.
E anche per Antonio Rodà di UILM, “il tema industria è molto scomodo, porta con sé crisi e trasformazioni. L’industria interessa ancora a questo territorio? È ancora un tema di interesse per l’Italia? Forse no. Forse, se si potesse fare a meno di parlarne, tutti sarebbero contenti di superarlo. L’industria è però fondamentale per un paese ed è pilastro di economia e del nostro territorio”. L’industria è poco attrattiva non solo per le discussioni fra istituzioni, secondo Rodà, ma anche come occupazione per i giovani a causa della qualità del lavoro stesso e delle politiche salariali. “Un giovane oggi pensa che sia più facile inventare nuove professioni nel mondo di Internet, e su questo deve riflettere l’intera comunità, non solo il sindacato. Sono deluso dall’assenza di Castano: il 30 settembre è passato da tempo, a metà novembre le proposte industriali non sono ancora chiare ed è stato fatto con fatica un accordo che proroga i licenziamenti a dicembre di una fabbrica di fatto vuota. Non si sa ancora nulla: di concreto non c’è nulla e la possibilità di procedura di licenziamento collettivo è vicina e Wartsila mira ad arrivare a questo risultato. Veramente alla classe politica interessa il tema industriale? Ho paura di no, i ristoranti sono pieni e c’è il turismo e questo affascina la politica locale, ma Trieste all’industria non può rinunciare”. Più estese le riflessioni di Alberto Monticco di CISL: “A Trieste il battente industriale è risicato, ma fatto di grandi imprese: come mai, pur avendone l’opportunità, non si è riusciti a creare una situazione di appalti che non fossero monocommittenti, legati a un cliente solo? Era una convenienza per tutti, e anche su questo c’è una riflessione da fare. Come sull’incapacità, come sistema paese e inclusi il Comune di Trieste e la Regione Friuli Venezi Giulia, di leggere certi segnali: la crisi Wärtsilä non nasce oggi, ma nel 2001, con la cessione della sua carpenteria alla Meloni Heavy Industries, prima avvisaglia di un sistema che faceva già acqua, che aveva portato alla Sertubi e a problemi occupazionali. Non basta l’infrastruttura e non basta la vocazione industriale: occorre capire cosa si vuole fare. Wärtsilä”, ricorda Monticco, “fa anche motori terrestri: perché nei governi passati questo non è stato gestito, visto che l’energia serve? La volontà della proprietà di Wärtsilä di spostarsi era chiara: nel sistema Italia la crisi viene gestita quando ormai è tardi. Wärtsilä ci regala il capannone? E cosa ci mettiamo dentro, se non abbiamo i disegni e la proprietà del motore da costruire? Dal 2008 in poi, perdere il posto di lavoro è diventato un dramma: o iniziamo a distinguere la tipologia delle crisi ed evitiamo di buttar via risorse, o faremo un danno ad aziende, come Wärtsilä, che potevano essere trasformate con successo. A Wärtsilä non sono stati imposti i vincoli che avrebbero potuto veicolare l’azienda nella direzione del rimanere sul territorio. Non abbiamo lavorato per prevenire, e ora dobbiamo rincorrere la crisi”. Ed è l’unico, Monticco, ad affiancarsi all’opinione di molti lavoratori e, com’era stato discusso in piazza, di molti dirigenti ed ex dirigenti dello stabilimento di Bagnoli della Rosandra: del fatto che Wärtsilä si stesse preparando a un reshoring in Finlandia e stesse potenziando i suoi impianti con questo fine, si sapeva da tempo, da ben prima dell’annuncio e delle piazze.
Spetta ad Alessia Rosolen chiudere quindi il giro di un tavolo di discussione che, di fronte alla realtà, non è facile: “Nell’ ‘abbiamo lavorato’ “, sottolinea l’assessore, “va inclusa l’amministrazione regionale del Friuli Venezia Giulia: non c’è stata crisi dell’industria che non sia stata trattata e risolta all’interno di tavoli ai quali siamo stati presenti. Ci sono ammortizzatori sociali sui quali la Reegione FVG è intervenuta per integrare, ed è l’unica regione che lo fa. La Regione è presente nelle situazioni di Flex, di Tirso. Della Cartiera. Della Ferriera stessa, che ha oggi un saldo occupazionale positivo. Su Wärtsilä la Regione è arrivata all’accordo del novembre 2022 che ha dato il tempo di immaginare un percorso di reindustrializzazione. Si è perso tempo. e questo è un dato oggettivo che accompagna il rapporto che c’è stato con l’azienda, iniziato con difficoltà, proseguito con allarmi sottaciuti esplosi improvvisamente fino allo stallo assoluto: l’ultima e unica offerta presentata da Wärtsilä era inaccettabile dal punto di vista occupazionale, e al governo nazionale la Regione ha detto che Wärtsilä non vale solo dal punto di vista del numero di occupati ma perché è una filiera strategica nazionale che va salvaguardata. L’alternativa a Wärtsilä è arrivata sui tavoli: è un percorso che può essere affrontato e vagliato ma riteniamo che a quell’ipotesi manchi ancora la forza di connessione con la filiera”. “Sono convinta”, conclude Rosolen, “che nei prossimi giorni ci sarà la convocazione attesa. La soluzione per Wärtsilä non arriverà entro il 31 dicembre, ma ha delle gambe forti sulle quali lavorare nella quotidianità”. Che lo scenario non sia facile, Rosolen non lo nasconde, né sarebbe nel suo stile e nella sua professionalità farlo: “Le esportazioni sono in picchiata, e questo metterà a dura prova le politiche industriali: nei primi nove mesi del 2023 il settore che ha perso di più sul territorio del Friuli Venezia Giulia è la manifattura. Gli occupati sono però cresciuti, negli ultimi anni, ed è un dato anche di Trieste; la percentuale di assunzioni nella manifattura è rimasta grossomodo stabile, nell’industria entrano le donne, il gap salariale diminuisce. Il dato finale al quale bisogna arrivare è sì l’adeguamento del salario – l’Italia unico paese in Europa in vent’anni che ha perso potere d’acquisto, un meno 2,7 per cento e anche questo è un dato oggettivo, mentre anche nei paesi in cui c’è un cuneo fiscale più alto questo potere d’acquisto è aumentato. Il tema più grande è il rapporto di lavoro precario e a tempo determinato: sempre nei primi nove mesi dell’anno il lavoro stabile è calato del 7 per cento. Nonostante tutte le ombre di oggi, però, la capacità di restare, come produzione, in Friuli Venezia Giulia c’è”, ed è proprio quel 10 per cento stabile da tanto tempo, secondo Rosolen, a dimostrarlo. Un Friuli Venezia giulia che sa rinnovarsi, e affrontare le crisi.
[r.s.]


