di Vlatko Sekulovic
28.11.2023 – 14.01 – L’Italia dopo 47 anni ha vinto la coppa Davis. Il match decisivo contro la Serbia di Đoković, ha visto il tennista più bravo del mondo quale attore della sconfitta, perdendo tre match points contro Sinner. Il “duello” decisivo nel doppio ha avuto un significato simbolico, psicologico e politico molto diverso nella società serba e in quella italiana. Ovvero la partita, vista come un fenomeno sociale quale effetto di tendenze psicologiche costanti, come ci insegna il grande Gaetano Mosca, aveva un significato e un’importanza completamente diversi nelle due società.
Seguendo i media italiani si poteva notare una certa euforia intorno a questo scontro, che non oltrepassava l’usuale atmosfera di gioia legata agli eventi sportivi, derivante da un sentimento nazionale di appartenenza e anche di orgoglio e, in ogni caso, non paragonabili alle esplosioni di emozioni positive legate al calcio.
In Serbia invece il torneo finale, la fase di knock-out, ha avuto una rilevanza diversa, pseudo “fatidica”, a partire dalla simbologia. Il team della Serbia nel match contro la Gran Bretagna ai quarti di finale si è presentato al pubblico sulle note della canzone „Veseli se srpski rode“, che tradotto in italiano significa “Gioisci stirpe serba”. Il testo di questa canzone è un elogio alla “stirpe serba”, ai suoi re e monasteri medioevali, alle “tombe dei gloriosi antenati che difesero la fede dai Turchi”, come canta l’autrice Danica Crnogorčević, moglie del prete ortodosso Ivan Crnogorčević. La strofa più impattante è quella che si riferisce ai territori del Montenegro e del Kosovo che recita: “che lo stendardo serbo sventoli da Prizren (Kosovo) a Rumija (Montenegro)”. Il messaggio della canzone cancella i secoli di storia passati dall’antica battaglia del Kosovo del 1389, tra feudali serbi e quelli ottomanni, fino ad oggi.
Tra questi spicca il nome di Milos Obilic, eroe serbo completamento fittizio modellato sull’Orlando di Ariosto, il quale fu invocato anche dal nazionalista neozelandese che uccise cinquantuno persone nella moschea di Christchurch in Nuova Zelanda, nel 2019. Il parallelismo con il team italiano avrebbe funzionato se questi si fossero presentati con una canzone che elogiasse Sebastiano Venier, il doge di Venezia protagonista della vittoria dei cristiani sugli ottomanni nella battaglia di Lepanto del 1571, tra i nomi scritti sul caricatore dell’omicida di massa.
Un’entrata in campo coreografica per il team serbo, quasi un rituale preparatorio sulle note della „Mars na Drinu“, la “Marcia verso il Drina”. Trattasi di una composizione nata durante la Prima guerra mondiale in occasione della vittoria dell’esercito serbo contro l’Impero Austroungarico nel 1915. Facendo nuovamente un parallelismo è come se Sinner, Musetti e Sonego fossero usciti a ritmo della marcia “La leggenda del Piave“. Dunque, è chiaro che per il team della Serbia il match con l’Italia era paragonabile agli “eroismi” nazionali degli “anni sacri”, mentre per gli Italiani era un gioco. Lo sport per la Serbia era concettualizzato culturalmente in una simbolica battaglia per “la stirpe”, mentre per gli italiani non usciva dalla circoscrizione del divertimento.
L’effetto motivante delle summenzionate canzoni è abbastanza chiaro, ma non si può escludere che avesse anche un motivo più occulto e perfido, intuibile dalla seconda canzone, quella inneggiante alla battaglia di Cer tra l’esercito serbo e quello austroungarico. Nella struttura mentale nazionalista, la nazione è uguale alla “stirpe”, ovvero ha quella connotazione di “famiglia”, di “legame sanguineo”, che certi studiosi della nazione come Walker Connor definiscono etnonazionalismo. Dunque, si può presupporre, che il gioco psicologico delle canzoni aveva anche altri due fini e il bersaglio era Jannik Sinner. Bisogna tener presente che per i nazionalisti della “stirpe” Sinner in realtà non è italiano, bensì austriaco. Ergo il match contro l’Italia diventava una “battaglia” tra serbi e austriaci. Il secondo fine, da non sottovalutare, era quello di creare pressione psicologica nel team italiano creando fratture su basi etniche. In quest’ottica il calcolo era chiaro: se avessero destabilizzato il fuoriclasse italiano e la squadra, le chance di vittoria della Serbia sarebbero aumentate. È vero che nello sport spesso accade che si usino giochi psicologici per vincere contro un avversario, ma la ideologizzazione della partita in termini etnici oltrepassa i confini di una competizione che ha come raison d’etre la gioia della gara, del confronto fisico, come è il tennis. La strada della “stirpizzazione” dello sport è molto pericolosa e bisogna tener presente che i primi violenti scontri di massa su base etnica nella ex Jugoslavia non sono successi sul campo di guerra ma allo stadio di Maksimir a Zagabria nel 1990, tra gli hooligans serbi della Stella Rossa e quelli croati della Dinamo.
Gli aspetti psicologici non finiscono qui.
Un giornale serbo ha notato che nel doppio, quando cominciavano a perdere, Djokovic ha usato il “suo solito trucco” ed è entrato “in conflitto con il pubblico”, per riprendere “forza mentale”; purtroppo “non è servito a niente”. Torino, Londra, Parigi, Malaga… Djokovic non perde occasione di far incattivire il pubblico. Pare che ci sia dietro un motivo psicologico. Uno psicologo russo, Andrey Kurpatov, molto popolare in Serbia, descrive come le presone che simbolicamente hanno bisogno di dare agli altri „po nosu“, o “dargli (un pugno) sul naso”, riproducano situazioni nelle quali, durante l’infanzia, la loro dignità e/o integrità psicologica sono state ferite. In altre parole, spiega Kuratov, il genitore che nega costantemente l’importanza e l’opinione del bambino di se stesso, ne nega la dignità e diminuisce l’autostima del bambino. Ci sono diversi metodi per sminuire psicologicamente un soggetto: indifferenza premeditata, punizioni esagerate o improprie, prediche ecc.
La reazione del bambino nella difesa del suo “io” si manifesta nel pensiero “vedrete quando crescerò…” anticipando il proprio valore futuro come il “migliore” o “il primo”. Tale rapporto è sempre legato, in età adulta, ad un sentimento di ingiustizia, umiliazione e insoddisfazione nei confronti di quanto si è raggiunto. Queste persone diventano lottatori che lottano non perché abbiano qualcosa da dire o da dimostrare, piuttosto il loro motto è “lotto perché lotto”, secondo le conclusioni tratte da Kurpatov. Djokovic, in diverse interviste, ha raccontato della sua infanzia difficile e del rapporto conflittuale con suo padre, Srdjan. Il padre tutt’oggi non perde occasione di mostrare il suo carattere violento, al punto tale che il figlio ha dovuto allontanarlo dai match e persino di proibirgli di venire. Pare che Djokovic tragga una sorta di forza mentale da questo rapporto difficile.
Il pubblico per Djokovic nei momenti decisivi deve diventare la personificazione simbolica di suo padre. Pertanto usa “il trucco” di entrare in conflitto con il pubblico. Per sopraffare l’avversario Djokovic non ha bisogno di un pubblico benevolente, ma di un pubblico avverso che lui percepisce come insultante, che gli manca di rispetto. Il desiderio di “dare un pugno in faccia” è proiettato nella vittoria che arriverà “quando crescerà alla fine della partita“. Nel caso del match contro l’Italia non ha funzionato, probabilmente perché i compagni della squadra serba non condividono questo trauma infantile. Esiste un altro aspetto che conduce al ragionamento precedente, i figli che hanno subito questa forma di agressione da parte dei genitori non esprimono tale atteggiamento poiché non vogliono “essere come papà”, chiarisce Kurpatov. Tant’è che Djokovic si mostra molto tenero e affettuoso con i suoi bambini.
Purtroppo, gli aspetti psicologici e simbolici non finiscono qui, hanno anche un lato politico. Il 17 di dicembre in Serbia si tengono le elezioni politiche, regionali e per la capitale, Belgrado. Pare che dopo un decennio si tratti delle elezioni più incerte, sopratutto nella Belgrado traumatizzata dai massacri di maggio di quest’anno, con la coalizione di governo in una situazione elettorale molto fragile. I tabloids serbi, tutti schierati con il partito al potere, avevano bombardato l’opinione pubblica con la Coppa Davis e le vittorie della squadra serba sempre in termini nazionalistici, battaglia tra “noi” e “loro”. L’euforia dettata dalla “vittoria della quale avevamo bisogno” per ripristinare il senso della “stirpe serba” profondamente scosso dopo la sconfitta dei paramilitari serbi nello scontro armato con la polizia kosovara a Banjska in ottobre di quest’anno.
Ovviamente i paladini e leader della “stirpe serba”, così come si presenta la coalizione di governo, avevano bisogno di questa vittoria simbolica “contro il resto del mondo”, come inneggiano i tabloid alla luce delle “fatidiche” elezioni di dicembre. La notizia della sconfitta contro l’Italia è sparita e non c’è una testata che l’avesse pubblicata il giorno dopo la partita. Il nesso politico tra i due “processi sociali”, quello sportivo ed elettorale, è molto più chiaro se si tiene presente che l’ex allenatore della squadra di tennis della Serbia, Bogdan Obradovic, è un fervente supporter del principale partito del governo e che Janko Tipsarevic, ex tennista e oggi membro del CdA dell’Associazione del tennis della Serbia, è candidato alle elezioni parlamentari del principale partito del governo, SNS. Tra l’altro lo zio di Djokovic è vice presidente dell’Associazione del tennis e anche imprenditore con forti legami con la dirigenza della città di Belgrado, in particolare con il sindaco uscente Aleksandar Šapić, un altro fuoriclasse sportivo.
Dunque, i fenomeni sociali, anche se sono partite con le racchette, possono avere un significato più profondo. La vittoria di una squadra non investita dallo spettro della “stirpe” ha il suo significato di valorizzazione dell’individuo in una società che nutre un sentimento di orgoglio e appartenenza civica alla Repubblica Italiana come espressione di un comune senso di importanza dell’uguaglianza nella dignità di ogni essere umano a prescindere dalla “stirpe”, nazionalità, colore o religione.
[dell’avv. commendatore Vlatko Sekulovic]


