di Vlatko Sekulovic
24.08.2023 – 10.28 – Gli stati più grandi nati dalla desintegrazione della Jugoslavia sono la Serbia e la Croazia. Secondo i criteri relativi alla creazione delle nazioni, queste due entità non rientrano negli schemi classici. Ad esempio, la lingua viene spesso citata come un elemento costitutivo, distintivo e fondamentale per il processo di “nation building”; ma i serbi e i croati, in sostanza, parlano la stessa lingua. Anzi, c’è meno differenza nel dialetto parlato a Belgrado e a Zagabria, rispetto a quello del nord della Serbia e a quello del sud. Le popolazioni sono state sempre molto intrecciate esprimendo un sentimento di solidarietà nei secoli. In Croazia vivono circa 186.000 Serbi e in Serbia 57.000 Croati.
Le sinergie tra i due stati, come sempre, si vedono al meglio nell’economia: l’imponente settore agroindustriale della Serbia ha come mercato naturale la costa croata, con i milioni di turisti che ogni anno necessitano di prodotti alimentari di alta qualità a prezzi competitivi. Il mercato croato, per l’economia serba, rappresenta il sesto mercato più importante dopo la Germania e l’Italia e prima della Cina o della Federazione russa.
I turisti serbi sono in aumento ogni anno, passando da 151.000 nel 2019 a 186.000 nel 2022 e quest’anno saranno probabilmente ancora più numerosi. I traffico del trasporto e dell’energia passa per la gran parte sull’asse Zagabria-Belgrado per andare verso il sud dei Balcani e oltre verso la Turchia e il Medio oriente.
L’interdipendenza si vede anche quando si parla del clima. Nel 2014 quando la piena del fiume Sava aveva minacciato diverse città in Serbia, furono le autorità croate ad allagare le campagne della Slavonia onde diminuire l’onda d’urto del fiume sulle città serbe. Da questa breve analisi che esprime soltanto alcuni aspetti salienti, si potrebbe concludere che esistono forti motivi razionali che spingerebbero i due stati a un rapporto se non di “fratellanza e unità” – come fù nel periodo del socialismo – a una stretta collaborazione in tutti i campi.
Tutt’oggi, però, ci sono tensioni tra i due stati che soprattutto emergono ad agosto, paradossalmente nel mese in cui molti serbi si recano sul mare della Croazia e più merce serba viene venduta sul mercato croato. Il motivo è la fine della guerra in Croazia che venne chiusa con l’operazione “Oluja“ (“Tempesta”) nell’agosto del 1995. L’interpretazione dominante in Serbia è che fù un’operazione militare volta all’espulsione della popolazione serba dalla Croazia, numero mai determinato di preciso. Si parla di diverse decine se non centinaia di migliaia di serbi e di per sé di un crimine di guerra. La posizione ufficiale della Croazia è che fù un’operazione legittima e legale in conformità al diritto internazionale, ma nella quale furono commessi anche sporadici crimini di guerra. Le due versioni sono radicate nelle diverse interpretazioni della disintegrazione della Jugoslavia, ove il dominante “narrativo” in Serbia è che la colpa fosse dei separatisti croati, mentre per la Croazia si trattava di un’aggressione sulla Croazia da parte della Serbia.
È abbastanza difficile in uno spazio limitato analizzare un tema sul quale tonnellate di pagine sono state scritte, ma cercando di applicare la logica giuridica, che si concentra su alcuni punti salienti per determinare la causalità e le responsabilità, esporremo alcuni fatti.
Nel 1995 non tutta la popolazione serba della Croazia ha lasciato le proprie case. Nella parte est che fù sotto controllo dei separatisti serbi, non ci furono operazioni militari e questa zona è stata pacificamente reintegrata nel 1996 alla Croazia. Dunque, questo fatto non rientra nella tesi che afferma che l’intento della dirigenza croata dell’epoca fosse di ripulire etnicamente la Croazia dai serbi. L’operazione “Oluja” venne effettuata dopo che fallirono le trattative mediate dalla comunità internazionale finalizzatasi con il piano Z-4, il quale prevedeva una vasta autonomia per le regioni della Croazia a maggioranza serba, una rappresentanza garantita dei serbi nel potere legislativo ed esecutivo e protezione dei diritti civili. Questo piano fù accettato dalla Croazia ma rifiutato dai separatisti serbi, il cui capo nazionalista Martic affermò che mai avrebbero voluto vivere in uno stato sovrano croato e che avrebbero voluto integrarsi alla Serbia.
Nell’1991, nel momento in cui la Jugoslavia si stava disintegrando, un episodio cruciale accadde quell’ottobre, quando lord Carington, il principale mediatore occidentale, propose un piano di risoluzione pacifica della crisi. Questo piano fù accettatto da tutte le repubbliche (Croazia, Slovenia, Macedonia, Bosnia ed Herzegovina e anche dal Montenegro). L’unica dirigenza che rifiutò fù quella serba, guidata da Milosevic. L’essenza del piano era quella di garantire i diritti umani di tutte le etnie, la possibilità di una diversa integrazione tra le varie repubbliche e un supporto all’adesione alla Comunità europea. Subito dopo il fallimento del piano Carington, l’esercito jugoslavo (che si era ritirato dalla Slovenia su ordine di Milosevic ancora a luglio del 1991) posizionando le truppe ritirate in Croazia, iniziò le operazioni militari con il supporto di varie milizie e forze paramilitari. La conseguenza risultò nell’espulsione di centinaia di migliaia di croati dai territori controllati dalle forze leali a Milosevic.
Il rischio delle semplificazioni è quello di non tener presente vari aspetti degli eventi, tra quali i vari “ressentiment” o paure presenti nelle popolazioni. Nella “memoria storica” dei serbi era ancora vivo il trauma della II Guerra Mondiale e dei crimini di guerra commessi dagli ùstascia, nazionalisti croati alleati dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani. Dall’altra parte la diffidenza verso la Serbia era nutrita tra i Croati dai crimini dei “cetnici”, nazionalisti serbi alleati dei nazisti e dei fasciti ed anche dal ricordo dei leader politici croati assassinati da un nazionalista serbo nel parlamento jugoslavo nel 1928 seguite da anni di rappresaglie.
Questo nazionalista serbo, chiamato Punisa Racic, cercò di uccidere anche il leader dei serbi in Croazia, Svetozar Pribicevic, perché quest’ultimo, di orientazione socialdemocratica, era un ardente sostenitore dell’alleanza politica tra i politici serbi e quelli croati e del dialogo e collaborazione tra serbi e croati.
Oggigiorno nel governo croato partecipa il Partito Democratico Indipendente dei serbi. La vicepresidentessa dell’attuale governo è Anja Simpraga, di etnia serba, la quale da bambina lasciò con i genitori la Croazia a causa dell’operazione “Oluja” per poi tornare nel suo paese d’origine. Nel governo della Serbia a guidare il dicasterio per i diritti umani e delle minoranze etniche è il ministro di etnia croata Tomislav Zigmanov, così come vanta origini croate anche la presidentessa del governo, Ana Brnabic.
Dunque, la scelta politica ieri, oggi e nel futuro, per ambedue gli stati è quella di seguire la linea di fiducia, avvicinamento e mutua comprensione; in alternativa quella di utilizzare il passato per fomentare le paure a scopi nazionalisticamente egoistici. I motivi oggettivi e razionali spingono verso la linea di fiducia, ma la paura è sempre un affascinante e attraente strumento di manipolazione per certi politici perché, come diceva Nixon, “le persone reagiscono alla paura, non all’amore”. I processi integrativi europei creano un ambiente di sicurezza diminuendo le paure e, il ruolo costruttivo dell’Unione Europea – in particolare dell’Italia – sono indispensabili per un atmosfera di fiducia nei Balcani.


