Carne coltivata: vantaggi e rischi dell’alimento più discusso del momento

19.08.2023 – 07:30 – Carne coltivata, spesso chiamata erroneamente “carne sintetica”: perché ultimamente se ne discute così tanto? Perché le tecniche di coltivazione di tessuti animali negli ultimi anni hanno visto un’accelerazione che sta portando tali prodotti verso una possibile commercializzazione su larga scala, un orizzonte inimmaginabile fino a pochi anni fa, con tutto quel che ne consegue. Tant’è che il Senato italiano ha approvato nello scorso mese di luglio un disegno di legge che vieta la produzione e la commercializzazione sul territorio nazionale di cibi e mangimi sintetici. Ma cos’è la carne coltivata? Si tratta di un prodotto di carne animale che si ottiene “coltivando” in appositi terreni di coltura delle popolazioni di cellule staminali, che vanno incontro a differenziazione e replicazione, come avverrebbe all’interno di un organismo vivente, dando origine a un tessuto del tutto simile a quello che si trova nell’animale vero e proprio. Il processo prevede dunque il prelievo di un campione di cellule da un animale, cellule che poi vengono inserite in un bioreattore (nient’altro che uno strumento capace di assicurare delle condizioni necessarie per la replicazione di organismi biologici) in presenza dei nutrienti e dei parametri necessari alla replicazione cellulare. Il prodotto finale è del tutto analogo a quello estratto dagli animali.

È dunque facile capire l’entusiasmo del mondo scientifico e industriale di fronte a questa rivoluzione. La coltivazione di tessuti, oltre ad aprire possibilità straordinarie in ambito medico, risolve un gran numero di problemi connessi all’allevamento, come la presenza di contaminanti ambientali che vengono assorbiti dall’animale (inquinanti ma anche farmaci), consumo di suolo e risorse, emissioni. Gli allevamenti inoltre sono tra i principali responsabili dell’inquinamento delle falde acquifere a causa del rilascio di grandi quantità di composti ricchi di azoto. C’è infine tutto il capitolo etico-morale della sofferenza animale che meriterebbe un approfondimento a parte. D’altro canto la coltivazione in laboratorio della carne è un processo ancora costoso e che necessita delle necessarie valutazioni, che al momento è difficile prevedere quanto tempo richiederanno. Dal creare una nuova tecnologia al renderla economicamente scalabile il passo è spesso molto lungo.

Viceversa i detrattori ammoniscono circa gli eventuali pericoli per la salute – pericoli che al momento non sono suffragati da dati concreti – e i danni che la nuova tecnologia porterebbe al settore zootecnico, andando progressivamente a sostituire gli allevamenti tradizionali. Tuttavia la battaglia contro la carne coltivata in Italia fino ad ora è stata portata avanti facendo leva su posizioni scientificamente prive di fondamento. La carne coltivata, allo stato delle conoscenze attuali, non costituisce alcun rischio ulteriore per la salute rispetto alle carni “tradizionali”, che sono in alcuni casi riconosciute come potenzialmente cancerogene (carni rosse) o come sicuramente cancerogene (carni rosse lavorate, insaccati e salumi). Anche la dicotomia tra naturale e sintetico è un falso problema. La carne prodotta in laboratorio si sviluppa esattamente come farebbe in un animale, seguendo gli stessi processi biologici e utilizzando i medesimi nutrienti, ma in un ambiente più controllato dal punto di vista igienico-sanitario. Non si considera poi che difficilmente i prodotti “di sintesi” andrebbero a sostituire la carne di alta qualità allevata in modo biologico ma piuttosto la produzione intensiva.

Quanto al disegno legge sulla carne coltivata attualmente al vaglio del Parlamento, anche se dovesse essere definitivamente approvato, dovrà sottostare alle decisioni delll’Autorità Europea sulla Sicurezza Alimentare (EFSA) che, dovesse in futuro certificare la sicurezza della carne coltivata, consentirebbe la commercializzazione e il consumo anche in Italia di prodotti realizzati fuori dai confini nazionali.

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