06.06.2023 – 11.22 – “Signore e signori, l’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra!” (Giorgio Tirabassi -Israel in Freaks Out). È il preludio all’intricato ingranaggio che si nasconde dietro la realizzazione di un film.
“Fare Cinema” è il titolo del primo ciclo di Masterclass, che si è appena concluso a Padova, organizzato da Officina Immagini Academy. Tre incontri ideati, organizzati e moderati dal Ceo della casa di produzione Sergio Cremasco in collaborazione con Gruppo Toscana Foto Service e Buona Visione Studio e tutte le persone che hanno creduto in questo progetto. Una locuzione apparentemente semplice che, tuttavia, racchiude in essa una complessità di ragionamenti e azioni che, come in un contrappunto di voci, danno vita ad una sceneggiatura. Come afferma Cremasco, “il risultato di una scena è il frutto di un crocevia di esperienze sul campo che determinano scelte dettate da tantissime contaminazioni”. Questo percorso di Alta Formazione è rivolto a chi lavora o aspira a lavorare nel mondo dell’audiovisivo, ad esempio registi, direttori della fotografia, colorist, videomaker, content creator, fotografi e studenti di cinema.
“Tra le varie iniziative che ho portato avanti – esordisce Sergio Cremasco durante l’ultima Masterclass, quella dedicata alla Direzione della Fotografia con Michele D’Attanasio come ospite – c’è questa di Fare Cinema. Questo nome, che da un lato può sembrare semplice, secondo me è molto importante perché sono estremamente convinto che, non solo in questo settore ma in tantissimi altri, per fare una cosa devi parlare con le persone che la fanno. Entrare in contatto con chi lavora in questo mondo ti aiuta a capire esattamente quali sono le regole che lo fanno girare, e viceversa a noi professionisti ci dà la possibilità di trasferire la nostra esperienza. Una parola all’interno della quale c’è tutto quello che non si trova in un video su Youtube e in un tutorial. Attraverso queste lezioni – continua Cremasco – trasmettiamo il nostro punto vista, la personalizzazione del modo in cui lavoriamo. E quindi mi sono detto perché non facciamo degli incontri dove presento degli amici, dei colleghi con cui condividiamo sia dei progetti molto importanti a livello nazionale, sia la firma?”.
Mettere a nudo i segreti del proprio mestiere, risultato di sacrifici e determinazione, soprattutto nell’ambito del cinema italiano dove Roma, capitale della cinematografia, denominata in modo scherzoso da un piccolo gruppo di professionisti non romani che vi lavorano, la “tana delle tigri”, presuppone un atto di generosità. Ed è proprio da questo sentimento che sono nate: la Masterclass di Regia con Enrico Lando; la Masterclass di Color Correction, con Red (Andrea Baracca); la Masterclass di Direzione della Fotografia, con Michele D’Attanasio.
In un apparente atmosfera stile “4 amici al bar” e in un ambiente assolutamente informale, “questi professionisti del cinema, persone che hanno un’esperienza pluriennale in specifici settori, la cui firma conta”, dopo aver selezionato delle scene hanno ripercorso a ritroso il proprio modo di realizzarle. Un’esperienza unica, emozionante, che lascia il segno anche a chi non appartiene a questo mondo.
Per introdurre l’ultima Masterclass dedicata alla Direzione della Fotografia che ha visto coinvolto Michele D’Attanasio (due David di Donatello e 8 candidature) Sergio Cremasco, parlando della propria esperienza, ha evidenziato un concetto fondamentale, ossia il passaggio tra l’analogico e il digitale nella post-produzione, e di come questa transizione sia avvenuta prima nel mondo pubblicitario degli ambienti milanesi. A partire dal 1996 iniziò ad occuparsi di correzione colori nella post-produzione. Un percorso che iniziò a Milano allo studio Interactive Group, in cui ebbe la possibilità di utilizzare il primo sistema che permetteva di fare la correzione del colore per il cinema. Nel 2001, fece il suo primo film, Vajont, prima pellicola in Italia ad utilizzare questo sistema. In quel periodo l’Italia era sicuramente all’avanguardia, avendo il primato mondiale nell’uso di tecnologie che permettevano di fare degli effetti visivi molto importanti con l’utilizzo del motion control.
Nel 2010, dopo aver lavorato in varie parti del mondo e incessantemente a diverse produzioni cinematografiche, decise di lasciare il mondo romano. Aprì una casa di produzione e post-produzione, senza, tuttavia, rinunciare alla parte di correzione colore decidendo di dedicarsi a pochi film all’anno. Tra le varie attività svolte, quella della formazione assunse nel tempo un ruolo sempre più rilevante. “Un altro concetto a me molto caro, è che tutto quello che noi facciamo va oltre al bello o al brutto, perché nel cinema l’importante è che una cosa funzioni. Quindi tutto il nostro operato, è il frutto di ragionamenti che secondo noi servono per poter realizzare qualcosa che, partendo da una scrittura che è la sceneggiatura nata dall’intuizione di un autore, la visione di un regista, viene poi alimentata dal lavoro di Michele, dal mio, dal costumista, dagli scenografi, dagli operatori, da chi si occupa degli effetti speciali e visivi, dai maestri d’armi, dagli stunt men ecc.” Sottolinea Sergio prima di passare la parola a Michele.
Michele D’Attanasio, di Pescara, iniziò da giovanissimo da autodidatta ad utilizzare la telecamera del padre per girare i primi cortometraggi, allora chiamati filmini. Una passione che a 19 anni lo portò ad iscriversi al DAMS di Bologna. Qui la sua fortuna fu quella di conoscere all’interno dell’Istituto e negli ambienti limitrofi tanti ragazzi che volevano fare cinema e con i quali creò una Factory improvvisata e indipendente. Da quel momento, una volta capiti i ruoli che giravano intorno alla realizzazione di un film, iniziò ad interessarsi al montaggio e alla direzione della fotografia facendo molta esperienza anche attraverso i loro progetti “abbastanza sgangherati”. Dopo avere girato il suo primo film come direttore della fotografia, decise di laurearsi e di scrivere la sua tesi su Peppino Rotunno, uno dei più grandi direttori della fotografia italiana. La frequentazione di Rotunno e dell’ambiente della Factory furono sicuramente gli elementi che segnarono profondamente il suo modo di lavorare. Dopo la tesi si rese conto che, per iniziare ad alzare l’asticella, era arrivato il momento di buttarsi nella “tana delle tigri” e trasferirsi a Roma. “Se volevi fare una cosa di qualità, dovevi girare in pellicola e questo comportava la necessità di un laboratorio grande per poter eseguire tutti i bagni di sviluppo. C’era tutta una parte chimica che non potevi fare in una bottega di Bologna. Questo tipo di operazioni implicavano delle situazioni molto strutturate e quindi mi trasferii a Roma”.
Dopo una prima introduzione a due voci, tra Sergio e Michele, sul passaggio dalla pellicola analogica a quella digitale che ha rivoluzionato il modo di “fare cinema” aprendo uno scenario su di un’infinità di possibilità, Michele ha iniziato ad analizzare passo per passo la realizzazione della battaglia finale di Freaks Out, il secondo lungometraggio di Gabriele Mainetti. È stato come entrare nella sua mente ripercorrendo un viaggio fatto di ragionamenti, appunti, telefonate, email, ripensamenti notturni, chat condivise, screenshot, sopralluoghi e test nel teatro di posa. E poi quelle note scritte su dei quadernetti neri dai quali non si separa mai. “Per raccontare qualcosa attraverso le immagini che abbia una sua caratteristica ed una estetica propria, secondo me, bisogna ragionare molto su quello che devi fare prima, dopo e durante partendo dal climax del testo. Al di là dell’illuminazione e delle riprese, è questo che deve fare il direttore della fotografia”.
“Il come – dice Michele – è secondario. Considerando la velocità con cui cambiano i mezzi tecnologici non è la domanda giusta da porsi. Mentre preparavo la tesi, sono stato varie volte a casa di Peppino Rotunno, lui non mi ha spiegato come girare, perché chiaramente il cinema che faceva lui era diverso da quello che facciamo noi, però parlare con lui mi è servito per capire la cosa più importante. Fare il direttore della fotografia vuol dire più che altro capire “perché fare delle cose” e non tanto come farle. Se ora impariamo che per girare la scena ci vuole quel determinato mezzo, in realtà è una cosa che durerà un anno, 5 anni, ma poi quella tecnologia cambierà, invece il perché quello non cambia. Le cose che mi diceva Rotunno dei film che faceva negli anni 50 sono le stesse. Gli stessi ragionamenti che si fanno adesso. È sì importante studiare la tipologia dei mezzi, perché chiaramente devi essere padrone della tecnica per realizzare le tue idee, però diciamo è più importante capire il perché, specie ora quando tutti si chiedono il come. Come si fa? Come si fa? Sì, ma perché puoi farlo?”
“Michele, a differenza di alcuni direttori della fotografia che rimangono particolarmente legati a dei registi, ha la grande capacità di lavorare con più persone adeguando il linguaggio a diversi tipi di narrazione.” Interviene Cremasco.
Tra questi D’Attanasio privilegia sicuramente quelli che, come Gabriele Mainetti, trasmettono un immaginario visivamente molto forte, dandogli la possibilità di affrontare numerose sfide tecniche che lo mettono alla prova e lo stimolano a fare ricerche e sperimentazioni, come nella battaglia finale di Freaks Out. In questo caso trasformare in immagini l’idea del regista è stata un’impresa complessa. Una volta deciso insieme a Gabriele che volevano rendere epico lo scontro finale, data la tipologia dai toni surreali della storia, il secondo step più importante è stato quello di capire dove girarla, “perché al di là di tutte le questioni estetiche, bisognava trovare un posto dove potesse accadere tutto quello che era scritto nella sceneggiatura.” La difficoltà nella ricerca del luogo era dovuta: all’ambientazione, la Seconda Guerra mondiale, per cui non dovevano esserci troppe contaminazioni intorno; al fatto di trovare un treno a vapore funzionante com’era negli anni ’40; alla possibilità di poter ricreare un agguato e che si potesse girare di notte. La scelta è quindi ricaduta sulla Sila in Calabria. “Volevamo giocare molto sugli elementi per rendere questa cosa epica. Quindi sulle esplosioni, sul fuoco, sul fumo che mi permetteva anche di creare più profondità e quindi man mano, mentre eravamo in preparazione, abbiamo iniziato a fare con Maurizio Corridoni degli effetti speciali dal vivo (SFX), gli stant e anche Stefano Leoni degli effetti speciali visivi VFX, vari test.”
Ora, quando si guarda un film con molti effetti speciali, viene abbastanza naturale credere che la maggior parte di essi siano creati in post-produzione. È difficile immaginare che, per non avere il classico “effetto appiccicato” ed essere il più credibile possibile, siano sovrapposti ad effetti naturali creati in fase di ripresa e che per funzionare debbano avere già predisposta la luce giusta. Tutti gli elementi devono poter essere integrati. Per questo dietro alla costruzione di una scena c’è un continuo lavoro di coordinamento tra SFX, VFX, stant, costumista, scenografo, colorist, direttore della fotografia i quali, insieme, operano sinergicamente su idee in continua evoluzione per raggiugere il risultato migliore.
Le otto ore sono volate fra immagini e minuziosi dettagli: dalla scelta delle lenti per le riprese se anamorfiche o sferiche, alla preparazione di un’attrice che si sarebbe trasformata in un tornado di fuoco; dal laboratorio del maestro d’armi alla creatività di Maurizio Corridoni per creare gli effetti speciali in coordinata con gli stant. “Un lavoro complesso con un unico scopo – afferma Sergio Cremasco- quello di tradurre delle parole in immagini e tirare fuori al meglio il punto di vista del regista.”
E poi Michele, in chiusura, regala uno scatto poetico della fine di una giornata: “quando tutti andavano via, io mi mettevo a guardarli. Sembrava come se andassero verso l’infinito. Rievocava l’immagine di un esodo. Era bello la mattina, noi finivamo per il sole. Quando arrivava l’alba finivamo. C’era questa gru con la lampada che scendeva come se fosse un sole e il rumore della locomotiva in sottofondo.”


