04.06.2019 – 07.55 – Una relazione s’interrompe. Una delle due parti decide di “vendicarsi”. Presto la donna, perché solitamente questo è il caso, inizia a ricevere centinaia di messaggi: qualcuno, sui Social, ha iniziato a diffondere video e foto intime della passata relazione, con tanto di nome e cognome, indirizzo e numero di telefono. Le informazioni riservate trapelano dai profili falsi, si allargano a macchia d’olio sui gruppi Facebook più misogini, passano nel caso dei video, ad altri siti, altre piattaforme. L’identità della vittima viene svuotata di ogni significato, ogni possibilità di privacy viene distrutta: una vita rovinata. Questa è quanto viene definita la “Revenge Porn” o con il gergo dei rotocalchi, “Pornovendetta”, anche se i contenuti diffusi online sono spesso tutt’altro che pornografici, mentre non c’è una reale scusante per la vendetta, se non il voler “vendicare” la fine di una relazione.
La “Revenge Porn” ha dimostrato negli anni la sua letale efficacia nei paesi angloamericani, spingendo alla depressione e al suicidio le sue vittime, solitamente adolescenti o giovani donne.
Da oltremare, specie con la popolarità dei Social, questa forma di violenza virtuale, ma non meno reale, si è spostata in Italia, trovando presto terreno fertile. Un problema tale d’aver suscitato una vera e propria legge apposita, ora in via di approvazione presso il Senato, che stabilisce una reclusione da 1 a 6 anni e una multa da 5000 a 10mila euro per chiunque invii, ceda, pubblichi materiale privato senza il consenso dell’interessato. Il riferimento al “Revenge Porn” è piuttosto evidente, perché la pena viene notevolmente inasprita, se a commettere l’atto è un parente o un coniuge. Il difficile argomento – perfetto simbolo per il motto “Virtuale è Reale” di Parole O_Stili – è stato affrontato con un apposito panel, lo scorso primo giugno. Ne hanno discusso la giornalista del Fatto Quotidiano, Selvaggia Lucarelli, Sabrina Cosentino, vittima di un caso di Revenge Porn ed Ernest Belisario, avvocato ed esperto in diritto delle tecnologie e innovazione. Moderava il tutto Liliana Di Donato, caporedattrice di Donna Moderna.
Il primo passo è consistito nel riportare le statistiche a conferma della gravità del Revenge Porn: su un campione di 6500 ragazzi, dai 13 ai 18 anni, il 24% (1 su 4) ha mandato video e/o immagini di situazioni intime, il 18% (1 su 5) li ha ricevuti a propria volta e infine un 15% ha visto circolare in rete o nelle chat immagini “proprie” senza aver mai dato un’autorizzazione.
Selvaggia Lucarelli ha poi accennato alla storia del Revenge Porn con un occhio all’evoluzione della tecnologia; anche prima dei Social e prima della Rete, esistevano casi del genere. L’uomo deluso poteva infatti, com’era successo negli anni Novanta in tanti casi, fotocopiare un’immagine “ammiccante” della propria ex e distribuirla in tutto il paese. Il danno, tuttavia, nonostante fosse grave, rimaneva circostanziato.
Studiare il “Revenge Porn” fa emergere quanto il termine sia vago, perché spesso le immagini non sono affatto pornografiche, ma raffigurano il soggetto mentre è in casa o in spiaggia. Inoltre la condivisione non avviene mai per uno scopo “passionale”, dettato dall’ira, ma come gesto cerebrale e vendicativo, volto ad annientare la persona un tempo amata, con un’operazione premeditata. Altre volte, ancora, quale motivazione gioca invece la “vanteria” da bar, ora trasposta ai Social, voler “esibire” la persona amata o ancor più il cameratismo tra coetanei proprio dei gruppi maschili.
A questo riguardo, l’avvocato Belisario ha osservato come esista già da tempo una tutela, conferita dalla legge sulla diffamazione. “Il diritto insegue sempre, purtroppo. – ha osservato – Prima c’è un problema, poi una legge. Alcuni paesi sono più rapidi a legiferare, anche se, ahimè, l’Italia non è tra questi. Speriamo che arrivare per ultimi, significhi arrivare meglio”. Il tallone di Achille della legge in questione è come preveda che si arrechi “nocumento”, mentre spesso il “Revenge Porn” viene compiuto anche per altre ragioni: per cameratismo, per vantarsi, per “sfoggio”, ecc ecc.
La parole è stata poi ceduta a Sabrina Cosentino, che ha rievocato il suo caso di vittima di una “Pornovendetta”: “Ho avuto una relazione con questa persona, ma non era tanto a posto. Era violento e ho rapidamente compreso che dovevo lasciarlo per non finire nelle cronache nere. Ero ferratissima, sapevo che se si faceva sentire dovevo ignorarlo, essere irreperibile, non rispondere ai suoi messaggi. Nonostante questo, una mattina ho trovato davanti alla porta quanto era rimasto dei miei effetti personali a casa sua, ricoperti di candeggina, e un messaggio sul telefono che non sarebbe finita lì, che mi avrebbe distrutto la vita”.
L’inizio di un incubo per la giovane donna: “Nel giro di poche ore sono iniziate ad arrivare le prime richieste di amicizia da sconosciuti, messaggi degli amici che mi chiedevano cosa stessi facendo, che quella non ero io… Pian piano sono riuscita a risalire a un profilo a mio nome, falso, con fotografie intime, scattate dal mio ex durante la nostra relazione, spesso a tradimento, comprese foto “normali”, dov’ero semplicemente spettinata, struccata, una persona normale. L’obiettivo infatti era distruggermi la reputazione. Con questi profili falsi – almeno 17 – ha contattato tutte le persone che mi conoscevano, quelle che potenzialmente potevo conoscere, tutti coloro che avevano mai messo likes a posti e argomenti che frequentavo. Era una situazione grave, ma ancora controllabile. Un range di un migliaio di persone più o meno”.
Il punto di svolta nella narrazione è stata la condivisione delle informazioni sensibili della vittima con i gruppi “chiusi” di Facebook: “Fino a quando, un giorno, ho iniziato a ricevere centinaia di messaggi al giorno. E lentamente ho scoperto che provenivano da un gruppo privato su Facebook, dove aveva postato il mio nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, addirittura l’attività commerciale di mio fratello. Invitando tutti gli utenti a contattarmi. Un invito quasi a ottantamila persone. Qualcosa come “Questa è una laida, contattatela, sicuramente saprà farvi divertire…”
Un comportamento che potrebbe sembrare frutto di una devianza, di un singolo “malato”, ma ad un’analisi ravvicinata una componente chiave di una vera e propria prassi: “E non ero l’unico contenuto di questo genere su questi gruppi privati. C’era una vera e propria “bibbia”, come la chiamavano, un archivio fotografico e video, con all’interno files su centinaia di migliaia di donne, spesso minorenni, raccolte da diversi gruppi, che tuttora ruotano attorno a tre pagine principali: Welcome to Favelas, Sesso, Droga e Pastorizia e La Fabbrica del Degrado. Gli stessi gruppi propongono il link alla “Bibbia”. Dopo una serie di arresti e indagini, la scena adesso si è spostata su Telegram, ma continua con le stesse modalità…”
Il racconto è stato interrotto da una breve parentesi di Selvaggia Lucarelli, la quale ha messo in relazione l’agire di questi gruppi e le modalità del Revenge Porn con lo stile delle ultime campagne politiche di stampo “populista”. I riferimenti non sono mancati, nonostante la discussione sia rimasta apolitica. Lucarelli infatti afferma di aver visto “quest’identica tipologia in un certo tipo di comunicazione politica dell’ultimo anno: cioè, prendere la foto di una ragazza, non per forza intima, anche in costume, volendo, metterla lì e scrivere “che cosa ne dite?”.
“E lasciare che migliaia, centinaia di migliaia di ragazzini, così come giovani uomini e “buoni” padri di famiglia si scatenino negli insulti e nelle oscenità peggiori. C’erano anche delle preferite, ad esempio Nadia Toffa, la Boldrini… Un genere ritrovato recentemente nelle ultime campagne politiche, la foto accompagnata da un “Bacioni! Che cosa le vogliamo dire?” Cioè un delegare la responsabilità dell’insulto, dell’oscenità ad altri, fingendo che la responsabilità sia degli altri. Un tipo di comunicazione che ha fatto scuola, in politica, ma non solo. Non a caso, da quei gruppi sono nati così tanti tormentoni, dai capitani, alle ruspe, all’”andiamo a comandare!” Oh sì, tante cose. Un registro molto preciso ed efficace…”
Il Revenge Porn rimane dunque una violenza, ha ricordato Cosentino: “Quando succede una situazione del genere, è una violenza in piena regola. Certo, non ci sono i lividi, ma gli attacchi di panico arrivano quando meno te lo aspetti, ti fa paura sentire il suono di un messaggio, un telefono che suona, affacciarsi alla finestra, perché questi ragazzini – ragazzi, sì, perchè chi le condivide ste’ cose? Adolescenti tra i 15 e i 25 anni – te li ritrovi sotto casa, perché non gli basta l’immagine, vogliono vedere quella “strana”, il freak da vicino. Persino uscire di casa, fare le cose più normali, diventano impossibili. Devi essere perennemente scortata”.
Il carattere di impunità caratteristico dei crimini su Internet, così come l’arretratezza digitale dell’Italia non aiutano a risolvere in maniera rapida ed efficace casi del genere: “Le istituzioni, a loro volta, non aiutano – racconta Cosentino – Mi è capitato di giustificarmi davanti a gente che mi avrebbe dovuto aiutare. C’è bisogno di maggiore supporto. Ci vuole preparazione, perché quello che accade sul Web spesso è sconosciuto, anche nei centri anti violenza. Ci vuole qualcuno che almeno distingua di cosa stai parlando. Spesso il personale è gente che usa Facebook solo per condividere gattini e “Buongiornissimo caffè”. Come fai a spiegargli cosa sono i gruppi nascosti, lo stalking, ecc ecc. Serve una formazione apposita”.


