06.05.2023 – 07.01 – “Guarda quant’è bella“. Era l’una di notte e, a bordo di un Flixbus scassato, rientravo a Trieste. Il pullman era ormai giunto a quella peculiare svolta quando, dopo aver percorso la Strada regionale, l’autista ruota il volante e imbocca la Strada Nuova per Opicina, all’incrocio tra l’Obelisco di franceschina memoria e l’Hotel con ‘la miglior vista del mondo’ dove soggiornò Richard Burton. È proprio a quest’incrocio che, voltando lo sguardo verso il mare, si spalanca la visione di Trieste, racchiusa nella conca tra il Carso e il mare, incorniciata da un’alveo nella quale brilla come una perla. Nel caso in questione i turisti – ubriachi e sonnolenti – ne erano rimasti colpiti per la quantità di luci accese che delineavano i contorni ottocenteschi della città. Ma non erano i primi, né di questo secolo, né del precedente. La veduta panoramica che si spalanca allo spettatore, giungendo dalla Strada Nuova per Opicina, catturava l’immaginazione dei visitatori già nella seconda metà del settecento, accattivandosi le lodi degli studiosi tedeschi e dei rampolli inglesi impegnati nel Grand Tour. Le prime descrizioni della Trieste settecentesca o primo ottocentesca rimarcano sempre la veduta della città dall’alto, lodandone il colpo d’occhio. La prima impressione è dunque positiva; poi, discendendo nel cuore cittadino, il visitatore scopriva nell’ottocento le nubi di polvere sollevate dalla Bora e nel novecento l’inquinamento e il caos automobilistico della città. Ma la veduta, trasfigurata per altro con litografie, bozzetti e quadri, rimaneva indelebilmente nel cuore.
La studiosa Franca Donà aveva compilato, negli anni Novanta, una collezione di queste ‘vedute’ tardo settecentesche. L’architetto austriaco Friederich Schinkel descriveva con una lettera del 1805 la seguente veduta di Trieste, considerata quale città mediterranea.
“L’ingresso nel bel suolo d’Italia forse in nessun posto riesce più meraviglioso per un tedesco che a Trieste. Non avrei mai immaginato un simile spettacolo. Da quel deserto di pietre [il Carso n.d.r.] mi si presentava la vista del mare Adriatico che cinge laggiù, con i suoi flutti dorati dal sole, i ripidi monti. Davanti alla città un gran golfo limitato dalla parte opposta dai monti dell’Istria; in fondo l’orizzonte del mare alletta lo sguardo verso l’infinito”.
In una guida del 1793, sulla stessa scia, Franz Rzehak osservava che “A Opicina, a mezza posta da Trieste, la Carniola finisce e comincia il Litorale; qui perciò c’è la dogana di confine. Più in là, oltre il monte, si scorge quasi inaspettatamente il mare Adriatico e a sinistra, sulla riva, la città di Trieste con i suoi campanili e bandiere in vista: spettacolo meraviglioso, indescrivibile”.
E sempre nello stesso periodo, all’insegna di un connubio tra atmosfere mediterranee e germaniche, rinveniamo Ignaz Kollmann, con la guida del 1808 ‘Trieste e i suoi dintorni’: “Ecco che lì si stende la placida grazia della natura, il mare, e alla sua sponda il gioioso prodotto della grande potenza dell’uomo, l’opera dell’Austria, Trieste”.
Si mescolano all’interno di queste prime, storiche, vedute tre diversi riferimenti. Come osservava la Donà, i visitatori ammirano il quartiere neoclassico, teresiano, improntato a criteri razionali; e la veduta dall’alto permette di vedere gli edifici come tanti modellini bianchi, inseriti all’interno di un tracciato ortogonale e perfetto. Fedele a questa visione classicheggiante, il visitatore allora definisce Trieste come un anfiteatro, riferendosi in special modo alla ‘corona’ di colline che lo circondano. Kollmann stesso descriveva con questi toni la veduta da Opicina: “Ad occidente l’amena catena dei colli descrive un’ampia curva verso il mare, dove assieme al Molo teresiano, una bell’opera di architettura militare, conclude tutto l’anfiteatro”.
Suggestione recuperata dal letterato Joseph Lavallée con la guida ‘Voyage pittoresque et historique de l’Istrie et Dalmatie‘ del 1802: “Essa, Trieste, si eleva ad anfiteatro sulla groppa di una montagna i cui piedi sono bagnati dal mare”.
Accanto all’elemento dell’anfiteatro – classicheggiante, epperò collegato all’illuminismo – i visitatori amavano ‘appiccicare’ a Trieste stereotipi mediterranei, senza però rinunciare a un tocco ‘tedesco’ avvertito parte integrante della città. E infine vi era il richiamo di un’altra veduta, largamente più popolare di Trieste, sebbene curiosamente simile: il golfo di Napoli.
Fonti: Franca Donà, Indirizzare ad un qualche vantaggio quei forastieri a cui incognito resta il bello di Trieste in in Fulvio Caputo, Neoclassico: arte, architettura e cultura a Trieste, 1790-1840, Venezia, Marsilio Editori, 1990.
[z.s.]


